VATICANO - Il Papa al Cammino neocatecumenale: la missione è condividere un dono ricevuto

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 14:47
Roma – La missione di annunciare il Vangelo non è “proselitismo”, ma nasce dal voler “condividere con gli altri un dono ricevuto”. Per comunicare la fede cristiana “non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae”. E non serve puntare sulle proprie teorie e i propri schemi, ma solo affidarsi con fiducia allo Spirito Santo, perchè sarà Lui “a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi”. Sono questi alcuni dei connotati propri della missione cristiana che Papa Francesco ha delineato nel discorso pronunciato sabato 5 maggio davanti a oltre 150 mila persone provenienti da 134 nazioni dei cinque Continenti, radunatesi in una spianata a Tor Vergata, alla periferia sud-est di Roma, per celebrare i primi cinquant'anni del Cammino neocatecumenale, la realtà ecclesiale iniziata nel 1968 da Kiko Argüello e Carmen Hernandez.

BAGAGLI LEGGERI. Nel suo intervento, prendendo spunto dal “mandato missionario” affidato da Gesù agli Apostoli , il Successore di Pietro ha notato che la missione implica sempre un “partire”, mentre “nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo”. Per partire – ha aggiunto il Papa “bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa. La Bibbia lo insegna: quando Dio liberò il popolo eletto, lo fece andare nel deserto col solo bagaglio della fiducia in Lui. E fattosi uomo, camminò Egli stesso in povertà, senza avere dove posare il capo”. Ai suoi discepoli – ha sottolineato il Vescovo di Roma – Gesù domanda lo stesso stile: “Per andare bisogna essere leggeri. Per annunciare bisogna rinunciare. Solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore. Solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia che Cristo libera l’uomo”.

ASPETTARE CHI HA IL PASSO PIU' LENTO. Il Papa ha fatto notare che il verbo della missione usato da Gesù “si coniuga al plurale”. Il missionario autentico “non è chi va da solo, ma chi cammina insieme”. E per camminare insieme non bisogna pretendere di “dettare il passo agli altri. Occorre piuttosto accompagnare e attendere, ricordando che il cammino dell’altro non è identico al mio”. Anche nel cammino della fede – ha ricordato Papa Francesco - “nessuno ha il passo esattamente uguale a un altro”. Eppure “si va avanti insieme, senza isolarsi e senza imporre il proprio senso di marcia; si va avanti uniti, come Chiesa, coi Pastori, con tutti i fratelli, senza fughe in avanti e senza lamentarsi di chi ha il passo più lento”. Senza forzare “la crescita di nessuno, perché la risposta a Dio matura solo nella libertà autentica e sincera”. 

DISCEPOLI PER ATTRAZIONE. Gesù risorto – ha proseguito il Papa – non ha detto agli Apostoli “ 'conquistate, occupate', ma 'fate discepoli', cioè condividete con gli altri il dono che avete ricevuto, l’incontro d’amore che vi ha cambiato la vita”. Questo – ha sottolineato Papa Bergoglio “è il cuore della missione: testimoniare che Dio ci ama e che con Lui è possibile l’amore vero, quello che porta a donare la vita ovunque, in famiglia, al lavoro, da consacrati e da sposati”. La dinamica del discepolato – ha aggiunto il Vescovo di Roma – è tutt'altra cosa rispetto alle vie usate dalle propagande messe in atto per acquisire nuovi proseliti. Anche per questo la Chiesa è certo maestra, “ma non può essere maestra se prima non è discepola, così come non può esser madre se prima non è figlia. Ecco la nostra Madre: una Chiesa umile, figlia del Padre e discepola del Maestro, felice di essere sorella dell’umanità”.

SPERARE PER TUTTI. Perché il mondo creda alla promessa del Vangelo – ha ricordato il Papa - “non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire”. E la promessa del Vangelo è per sua natura universale, rivolta a tutti. “Quando Gesù dice 'tutti' – ha fatto notare il Successore di Pietro - “sembra voler sottolineare che nel suo cuore c’è posto per ogni popolo. Nessuno è escluso. Come i figli per un padre e una madre: anche se sono tanti, grandi e piccini, ciascuno è amato con tutto il cuore”. Anche per questo – ha suggerito il Papa ai membri del Cammino neocatecumenale - si può andare in missione con la fiducia di 'giocare sempre in casa'. Perché “il Signore è di casa presso ciascun popolo e il suo Spirito ha già seminato prima del vostro arrivo”. Per questo si possono amare “le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti”. Evitando di partire “dalle teorie e dagli schemi”, e rimanendo aderenti alle “situazioni concrete”, nella fiducia che “ così sarà lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi”. .
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ASIA/LIBANO - Libanesi al voto. Il Paese dei Cedri stretto tra crisi economica e emergenza-rifugiati

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 12:37
Beirut – Sono più di 3 milioni e 663mila i cittadini libanesi che domani potranno esprimere il proprio voto nelle elezioni politiche nazionali destinate a rinnovare dopo quasi 10 anni l'Assemblea parlamentare del Paese dei Cedri. Un appuntamento importante per tutte le componenti del popolo libanese, che finora sono riuscite con fatica a non essere risucchiate dai conflitti settari che dilaniano la regione. Diverse incognite pesano riguardo ai nuovi equilibri che si creeranno in Parlamento tra le diverse forze in campo. “Ma di certo” spiega all'agenzia Fides il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie libanesi – chiunque vincerà le elezioni dovrà affrontare le due emergenze che rischiano di schiacciare il Paese: quella dei profughi siriani e la crisi economica devastante, in un Paese dove il debito pubblico nazionale ha raggiunto gli 87 milioni di dollari”.
Le ultime elezioni parlamentari in Libano si erano svolte nel 2009. Il mandato dei parlamentari in carica è stato prolungato due volte, ufficialmente a causa dell'insicurezza generale che pesa sulla regione a causa del conflitto in atto nella vicina Siria.
I libanesi andranno a votare con una nuova legge elettorale, approvata dal Parlamento lo scorso giugno , che ha instaurato in Libano un sistema proporzionale al posto del maggioritario, in vigore dal 1960. Il Libano è stato diviso in 15 collegi elettorali, relativamente omogenei al loro interno dal punto di vista confessionale. La legge elettorale prevede una soglia di sbarramento al 10 per cento a livello nazionale.
Il nuovo sistema elettorale non intacca la regola - inclusa negli Accordi di Taif, con cui nel 1989 fu sancita la fine della guerra civile – la quale stabilisce che metà dei 128 deputati del Parlamento siano cristiani, e l'altra metà sia formata da parlamentari musulmani - sciiti e sunniti - e drusi.
Incognite segnalate dagli analisti sui possibili risultati elettorali riguardano soprattutto la tenuta del partito sunnita “Futuro” - la formazione politica del Premier Saad Hariri - che potrebbe essere indebolito dalla crescita di Partiti sunniti minori, e anche i risultati dai singoli Partiti cristiani. Occorrerà anche considerare come evolveranno i rapporti di forza interni tra le due principali forze politiche sciite, il Partito di Hezbollah e quello di Amal, a a cui appartiene Nabih Berri, che mantiene la carica di Presidente del Parlamento da ben 28 anni. Nessuna singola forza sembra destinata a ottenere la maggioranza. Quindi tutto verrà deciso dal gioco variabile delle alleanze, che nelle ultime settimane sembra accreditare un possibile avvicinamento tra il Movimento Patriottico Libero – il Partito cristiano maronita fondato dal Presidente Michel Aoun – e il Partito “Futuro”. Sull'appuntamento elettorale pesa anche l'incognita dell'astensionismo: il complicato sistema elettorale potrebbe aumentare la percentuale i potenziali elettori che decideranno di non recarsi alle urne.
Sulle elezioni libanesi si riflettono i giochi di forza tra le potenze regionali. Nelle ultime ore, i cellulari di moltissimi potenziali elettori sono stati raggiunti da messaggi che accusavano l'Arabia Saudita di appoggiare il Partito “Futuro” allo scopo di rendere permanente la presenza sul territorio libanese dei rifugiati siriani sunniti, e così alterare il delicato equilibrio tra le componenti etnico-religiose libanesi che si riflette anche nel sistema istituzionale del Paese dei Cedri. Riguardo all'emergenza profughi, lo stesso Presidente libanese Michel Aoun, alla vigilia delle elezioni politiche, ha voluto far sapere che il suo Paese troverà una soluzione alla crisi dei rifugiati siriani “a prescindere dai pareri dell'ONU e dell'Unione europea”, in quanto tale problema rischia di mettere a repentaglio “la stabilità, l'indipendenza e la sovranità del Libano”. In un comunicato, diffuso venerdì 4 maggio dal suo ufficio stampa, il Capo di Stato libanese ha chiesto che l'Unione europea “ci aiuti a rimpatriare i rifugiati siriani, a monitorare quasto ritorno e ad assicurarsi che sia sicuro e stabile. E soprattutto che il governo siriano non ostacoli il loro ritorno in sicurezza nelle città e nei villaggi”.
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NEWS ANALYSIS/OMNIS TERRA - Nicaragua, i giovani protagonisti della vita civile e politica

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 12:23
Più che dagli ideali sandinisti, le nuove generazioni dei nicaraguensi sono ispirate dai valori del Vangelo e promuovono pacificamente riforme sociali e politiche secondo i valori della Dottrina sociale della Chiesa. E' quanto emerge dalla situazione di grande fermento che si vive attualmente nel paese. Il Nicaragua attraversa una fase di grande agitazione sociale, civile e politica. Ma non si può interpretare tutto quello che è sta accadendo in questo paese centroamericano senza guardare al protagonismo dei giovani. Fino a pochi mesi fa in Nicaragua si diceva che i giovani fossero apatici, insensibili, benestanti e senza memoria. Cresciuti per undici anni sotto un regime autoritario che aveva assunto il pieno controllo delle università pubbliche, di quasi tutti i media e dei centri di elaborazione culturale e di formazione delle nuove generazioni. Ma la supposta indifferenza era una impressione sbagliata: due provvedimenti lesivi dell’ambiente e della società, come la negligenza nella gestione di un incendio boschivo e la minaccia alle pensioni di nonni e genitori, ha risvegliato una gioventù pacifica e silenziosa.


Link correlati :Articolo su Omnis Terra
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AFRICA/CENTRAFRICA - Le consacrate del Focolare: "Una guerra voluta dai politici, non dalla gente"

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 11:32
Bangui - «Nella Repubblica centrafricana si combatte una guerra di interessi. I politici fanno leva sulle differenze per arricchirsi. La gente però non vuole la guerra e, a parte i miliziani che sono pagati per combattere, cerca la convivenza». Diletta è una delle cinque focolarine consacrate della comunità di Bangui, la capitale centrafricana. Da anni, fedele al carisma del suo movimento dei Focolari, lavora per l’unità e il dialogo tra le comunità del suo Paese. Un dialogo che, visto dall’estero, sembra difficile ma che lei, con la forza della fede, considera non solo auspicabile, ma praticabile.
«Dallo scoppio della guerra civile nel 2013 - spiega Diletta - si è insinuata nelle persone una mentalità di violenza. Noi cerchiamo di disinnescare il meccanismo che porta alla violenza per aprire le porte alla riconciliazione. E, giorno per giorno, constatiamo che la gente non ne può più di divisioni, attentati, spargimenti di sangue, violenze di tutti i tipi. Anche se il conflitto pare non cessare, sappiamo che finirà perché è una guerra voluta dai politici, non dalle persone comuni».
In una Bangui divisa dalla guerra, dove i quartieri a prevalenza musulmana non comunicano con quelli a maggioranza cristiana, le cinque focolarine non temono di scendere in strada e lavorare nel campo della solidarietà. Visitano prigioni, ospedali, orfanotrofi cercando di stare vicino agli ultimi. Da quest’anno hanno avviato la scuola Santa Chiara, un plesso che ospita una materna e le prime tre classi delle elementari. «Attraverso l’educazione - prosegue Diletta - cerchiamo di far crescere i più piccoli con una mentalità di accoglienza verso l’altro. Anche e soprattutto se l’altro è musulmano, perché gli islamici sono sempre più visti con un’accezione negativa».
Le cinque consacrate portano avanti anche un percorso di formazione per bambini e ragazzi al di fuori delle mura scolastiche. «Attraverso il gioco, il teatro, l’arte - osserva Diletta -, insegniamo ai più piccoli i valori della nonviolenza e cerchiamo di costruire in loro una coscienza civica. Lo stesso facciamo con i più grandi. Per loro organizziamo eventi musicali, concorsi di poesia, di danza, eventi culturali. Nelle nostre iniziative partecipano sempre e numerosi anche i musulmani. A loro non parliamo di Gesù, perché per loro non è una figura così importante, ma dell’importanza dell’amicizia e della vita. Valori che sono comuni e di cui parlano i nostri testi sacri. In una recente iniziativa che abbiamo organizzato sono arrivati più di cento musulmani accompagnati da tre imam».
Non tutto è semplice però. Quando scoppiano incidenti, come l’attentato del 1° maggio nella parrocchia Notre Dame de Fatima che ha provocato 24 morti e 170 feriti, l’incontro diventa difficile. «Quando ci sono scontri – conclude Diletta – le comunità si chiudono. Ma è un fatto più fisico che mentale. Dopo gli scontri, per paura di rappresaglia, né i musulmani né i cristiani, escono dai loro quartieri. Ciò non significa che cali un muro tra di noi. Ci sentiamo al telefono. Ci parliamo. E, appena possibile, torniamo a incontrarci. Credetemi, la pace tornerà perché la pace è nel cuore della gente».
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AMERICA/BRASILE - Mons. Lisboa de Oliveira: “Il Sinodo dell'Amazzonia deve condurre a un'evangelizzazione più efficace e diretta”

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 10:00
Itacoatiara - “Sto ancora imparando a conoscere questa realtà", riconosce all'Agenzia Fides Mons. José Ionilton Lisboa de Oliveira, vescovo della Prelatura di Itacoatiara, nell'Amazzonia brasiliana, dove è arrivato lo scorso luglio. Qui siamo in un'area che ha sempre rappresentato una sfida sul piano dell’evangelizzazione”, dice, commentando l'importanza del Sinodo dei Vescovi della Pan-Amazzonia, che si terrà a Roma nell'ottobre 2019.
Il Sinodo, secondo il vescovo recentemente nominato vicepresidente della Commissione pastorale della Terra, “è un'opportunità per noi come Chiesa nel mondo, per capire questa realtà presente nella Chiesa dell'Amazzonia e per fare che la nostra azione evangelizzatrice qui, posa servire come riferimento”.
Inoltre, il prelato afferma che con il Sinodo "a partire dalla nostra realtà, saremo in grado di aiutare a capire che dobbiamo cercare alternative, in modo che la nostra evangelizzazione sia più efficace, più diretta, più vicina alle persone che hanno sempre vissuto qui e hanno bisogno della nostra presenza solidale, del nostro sostegno, perché siano rispettati i popoli originari e le loro culture”.
Mons. Ionilton ha anche commentato a Fides i problemi della celebrazione eucaristica in molte comunità dell'Amazzonia, - tema esposto a Papa Francesco da Mons. Kräutler, vescovo emerito della Prelatura di Xingu nell'aprile 2014 -. L'Eucaristia "in molte comunità qui è quasi qualcosa di straordinario, un’Eucaristia all'anno, massimo due o tre". Quindi, seguendo l'idea di Mons. Kräutler, che fa parte del Consiglio Presinodale – aggiunge - "come Chiesa dovremo riflettere per rendere possibile a tutte le comunità l’accesso alla celebrazione eucaristica allo stesso modo in cui oggi hanno accesso alla celebrazione della Parola”. Ma “cosa fare per poter avere ministri che rendono l'Eucaristia più vicina alle comunità?”, si chiede il vescovo. La realtà è che “ci sono comunità ma spesso i pastori vanno solo di volta in volta”. In questo modo, “la comunità non segue un filo conduttore, e questo facilita l'arrivo di ogni tipo di pensiero, non sempre religioso. E la comunità resta senza qualcuno che la guidi”. Un problema che non si verifica solo in Amazzonia ma anche in altre regioni del Brasile e del mondo.
Il vescovo di Itacoatiara, spiega a Fides che un altro problema che deve essere affrontato è “la difesa dell'Amazzonia”. Nel caso del Brasile, il prelato denuncia “i tentativi fatti dal governo attuale di provare a vendere l'Amazzonia, le sue ricchezze”, come si può notare dai progetti che puntano a “vendere l'acqua, la ricchezza mineraria, o a prendere le poche terre che sono ancora in possesso degli indigeni”.
Alla luce di questo, mons. Ionilton non dubita che “una posizione presa come Chiesa in difesa dell'Amazzonia, della foresta, dell'acqua e dei popoli nativi, farà sicuramente parte delle linee guida che verranno date dal Sinodo, per offrire un orientamento sicuro in modo che noi, come Chiesa dell'Amazzonia, abbiamo una posizione comune in tutte le diocesi, prelature, parrocchie e comunità”.
La prelatura territoriale di Itacoatiara è suffraganea dell'Arcidiocesi di Manaus. Comprende una parte dello stato brasiliano di Amazonas. Fu eretta il 13 luglio 1963 con la bolla “Ad Christi divini” di Papa Paolo VI. Ha una superficie di 58,424 km e il suo territorio è diviso in 13 parrocchie. La popolazione totale è di 176.900 persone, di cui 139.700 sono cattolici.
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AMERICA/COLOMBIA - L'impegno della Chiesa nei processi di pace: preoccupazione, ma lavoro solido

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 09:26
Bogotá - “C'è molta preoccupazione, ma anche risultati concreti”, riferisce all'Agenzia Fides padre Darío Echeverri, missionario clarettiano, Segretario generale della Commissione di Conciliazione Nazionale della Conferenza Episcopale Colombiana spiegando l'operato della Chiesa nei progressi del processo di riconciliazione dopo la pace con la guerriglia delle Farc e il cessate il fuoco con l'ELN.
Due incontri paralleli si sono svolti il 18 e 19 aprile per fare il punto della situazione e valutare il lavoro: il 5° incontro nazionale di agenti pastorali per la Riconciliazione e la Pace negli Spazi Territoriali di Formazione e Reinserimento e il 2° tavolo di accompagnamento ai comitati diocesani di appoggio al processo di pace con l'ELN.
Nel primo caso, spiega padre Darío, “la Chiesa si è anticipata nel convocare i parroci dei territori degli ETCR ancor prima della firma della pace”. Gli ETCR sono zone di concentrazione prestabilite per favorire l'inserimento nella vita civile degli ex guerriglieri attraverso un'istruzione professionale e tecnica ed altri meccanismi per l'induzione nel mondo del lavoro, secondo un modello di reinserimento comunitario .
“I parroci sono particolarmente importanti”, continua il segretario generale, “perché hanno la reale possibilità e la fiducia dei guerriglieri per sedersi attorno a un tavolo domandare loro, prima di tutto le loro necessità e difficoltà nel processo di inserimento. La Chiesa ha fatto un lavoro che, onestamente, ci pare molto positivo. Abbiamo riscontrato a livello generale un riconoscimento dell'autorità morale della Chiesa da parte delle Farc in questo campo. Tuttavia la popolazione è preoccupata circa l'evoluzione della situazione degli ex insorgenti”. Circa il 70 % di essi, in effetti, ha abbandonato gli ETCR, “nei quali, peraltro, non sono obbligati a rimanere”, puntualizza Padre Darío, che attribuisce il fenomeno a ritardi dello Stato.
“Il Governo non ha fatto la sua parte per aiutarli a trovare possibilità concrete di futuro. Per questo si comincia a sentire il timore da parte della gente. Proprio per questo è vitale il lavoro pastorale che si sta realizzando”, insiste, “che può evitare che molti ex membri delle Farc finiscano nelle fila di altri gruppi ribelli o bande criminali”.
Sul fronte dell'ELN, invece, la CCN ha convocato rappresentanti dei 20 comitati - formati da vescovi, sacerdoti e laici presenti nelle diocesi di presenza dell'ELN - conformati in ottobre nel quadro della collaborazione della Chiesa, insieme all'ONU, dopo il “cessate il fuoco bilaterale, temporale e nazionale” pattuito tra le parti, che vede la partecipazione della Chiesa nel meccanismo di controllo e verifica del compimento dell'accordo.
In questo 2° incontro, i delegati diocesani si sono scambiati esperienze, buone pratiche e sfide riscontrate nel loro operare. “Il panorama è molto preoccupante”, sintetizza Padre Echeverri, “ma nella valutazione del lavoro effettuato sono emersi anche gli elementi positivi che la gente ha percepito, come, ad esempio una significativa notevole riduzione della violenza nelle aree prima in conflitto. Abbiamo altresì raccolto suggerimenti da fare arrivare al Tavolo dei negoziati tra ELN e Governo, come per esempio proposte circa la pedagogia da utilizzare in questa fase di reinserimento e una delimitazione chiara del cessate il fuoco”. In effetti, come gia aveva informato Fides , alcune zone amazzoniche, come il Catatumbo, sono di fatto “terre di nessuno”, poiché lo Stato non è riuscito ancora a sostituire “l'istituzionalità parallela” prima assicurata dalle organizzazioni guerrigliere occupando il territorio “non solo con le forze dell'ordine, ma anche con i servizi sanitari, l'educazione...”. Gli stessi soldati inviati a presidiare le aree dicono di sentirsi esposti e “senza garanzie”, riferisce il religioso.
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AFRICA/MOZAMBICO - Morto Afonso Dhlakama, leader della RENAMO, il principale partito dell’opposizione

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:37
Maputo - “Un fulmine a ciel sereno”. Così Chiara Turrini, responsabile della Comunità di Sant’Egidio in Mozambico, definisce la morte di Afonso Dhlakama, il leader 65enne della RENAMO , il principale partito d’opposizione del Mozambico. Dhlakama è morto, ieri 3 maggio, a seguito di un attacco cardiaco, nella sua roccaforte di Gorongosa.
“Si sapeva che Dhlakama aveva problemi di salute ma la sua morte è comunque un fulmine a ciel sereno, anche perché erano in corso i colloqui tra lui e il Presidente Filipe Nyusi, che stavano procedendo bene” dice Turrini.
Per trentanove anni, Afonso Dhlakama è stato a capo della RENAMO, movimento di guerriglia in lotta contro il FRELIMO , partito al governo dall’indipendenza, fino alla fine della guerra civile nel 1992, quando grazie agli accordi di pace di Roma, negoziati con la mediazione anche della Comunità di Sant’Egidio, la RENAMO divenne un partito di opposizione.
La RENAMO tuttavia, riprese le armi nel 2013, in alcune aree del Paese, per protestare per il fatto che il FRELIMO è al potere dall'indipendenza nel 1975.
Alla fine del 2016, Afonso Dhlakama, che viveva sulle montagne di Gorongosa dal 2013, ha proclamato un cessate il fuoco per far avanzare i negoziati con il governo. Questa tregua è stata ampiamente rispettata, ma non è stato ancora firmato un accordo formale tra le due parti.
Il Presidente Nyusi ha auspicato che la scomparsa di Dhlakama non blocchi il negoziato ma al contrario lo acceleri anche in vista delle elezioni generali nell’ottobre 2019.
La RENAMO dovrà però trovare un nuovo leader. “Dhlakama in effetti non aveva designato un proprio delfino; a parte il segretario generale del partito non esiste una linea di successione chiara” dice Turrini.
La RENAMO è composta da un’ala politica e una militare, formata da alcune centinaia di uomini. Alcuni osservatori hanno espresso il timore che la morte di Dhlakama possa provocare la perdita del controllo di questi uomini.
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AMERICA/NICARAGUA - I Vescovi: “Urge rivedere il sistema politico del Nicaragua”

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:34
Managua – "Riteniamo che l'obiettivo del Dialogo Nazionale debba essere anche quello di rivedere il sistema politico del Nicaragua dalle sue radici, per raggiungere un'autentica democrazia": con queste parole i Vescovi della Conferenza Episcopale del Nicaragua hanno voluto indicare il motivo principale per cui hanno accettato il ruolo di mediatori in questo momento difficile per il paese. Nella dichiarazione inviata all’Agenzia Fides, a conclusione di una conferenza tenutasi ieri, i Vescovi hanno voluto precisare diversi punti, con lo scopo di fornire al popolo nicaraguense una informazione veritiera.
Presentando un resoconto di quanto successo, i Vescovi hanno detto che il 22 aprile il Presidente della Repubblica Daniel Ortega ha rivolto un invito al “Dialogo nazionale”, e ha chiesto ai Vescovi della Chiesa cattolica di agire come mediatori. Il 24 aprile la CEN ha rilasciato una dichiarazione, accettando la mediazione.
La CEN ha invitato il governo a lavorare per creare un ambiente e le condizioni adatte per stabilire un vero dialogo, chiedendo: la liberazione dei giovani detenuti; il ritiro delle cosiddette “forze della polizia antisommossa”; la libertà di espressione e di stampa; la pubblicazione di un nuovo decreto presidenziale che revoca chiaramente il precedente ; la ricerca delle persone scomparse.
I Vescovi del Nicaragua ritengono che queste sessioni di dialogo dovrebbero avere una prima durata di un mese per poi, nel corso di una pausa, valutare la volontà delle parti, l’attuazione e l'applicazione effettiva degli accordi raggiunti. Se il processo di dialogo, dopo la comunicazione rivolta al popolo, imbocca una strada “negativa”, i Presuli prenderebbero subito la decisione di rinunciare al ruolo di mediatori.
"Chiediamo inoltre, che sia affrontato e chiarito il nodo relativo alle vittime, uccise durante le dimostrazioni universitarie", continua il testo del comunicato giunto a Fides.
Come ultimo punto, la Chiesa offre il Seminario Interdiocesano “Nuestra Señora de Fátima” come sede di lavoro per il dialogo e lancia un appello a tutti i settori della società nicaraguense a partecipare nominando un rappresentante, chiedendo la "buona volontà di risolvere i problemi in modo pacifico e con responsabilità".


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AFRICA/SUD SUDAN - Rilasciati altri 200 bambini soldato: l’impegno del governo per la pace e lo sviluppo

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:33
Yambio - Oltre duecento bambini soldato , sono stati rilasciati e restituiti alle rispettive comunità lo scorso 28 aprile a Yambio, capitale dello Stato sudsudanese di Gbudue. Come appreso da Fides, è la seconda volta che bambini soldato vengono rilasciati nello Stato di Gbudue, infatti circa 300 ragazzi, incluse 75 ragazze, erano già state liberate a Yambio nel mese di febbraio 2018.
“Alcuni dei bambini rilasciati hanno raccontato di essere stati coinvolti in varie attività criminali mentre erano nella foresta. I piccoli erano stati sequestrati a scuola con la promessa di un generoso riscatto in denaro ma in realtà non sono mai stati pagati”, ha dichiarato l’emittente radiofonica Catholic Radio Network .
Per far fronte a questo fenomeno, il governatore dello stato di Gbudue, Daniel Badagbu Rimbasa, si è detto seriamente impegnato a lavorare per portare la pace e la stabilità nello Stato e nel Sud Sudan in generale, per creare un ambiente favorevole per i bambini. In una nota dei Vescovi cattolici delle nazioni dell’Africa orientale pervenuta a Fides si legge che “Rimbasa ha fatto appello a tutti coloro che ancora detengono le armi affinché si uniscano al governo per la pace, lo sviluppo e la stabilità”.
Nel frattempo, il presidente pro tempre della Commissione per la mobilitazione del disarmo e la reintegrazione del Sud Sudan, Claude Obwaha Akasha, ha sottolineato che “i bambini dovrebbero andare a scuola e non essere consegnati ai soldati”. Come si evince dalla nota della CRN inviata a Fides, Akasha ha inoltre dichiarato che i bambini soldato rilasciati sono stati sottoposti a screening per varie malattie, hanno ricevuto materiale scolastico e saranno impegnati in alcuni corsi di formazione professionale. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite per l’Infanzia, circa 19.000 bambini risultano associati a vari gruppi armati in tutto il paese.


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AMERICA/HONDURAS - Migliaia di honduregni con il fiato sospeso: oggi il governo degli Stati Uniti deve decidere sul TPS

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:32
Tegucigalpa - Oggi è una data cruciale per migliaia di honduregni cui è stato concesso lo Stato di Protezione Temporanea : il governo di Donald Trump deve infatti comunicare in giornata la sua decisione se prorogare o annullare il programma, che protegge dall’espulsione e concede un permesso di lavoro temporaneo a circa 56.000 immigrati privi di documenti provenienti da questo paese dell'America centrale che sono negli Stati Uniti da quasi due decenni.
Il TPS agli honduregni venne concesso nel gennaio 1999 durante il governo dell'allora Presidente Bill Clinton come risposta umanitaria dopo il passaggio dell'uragano Mitch lungo le coste centroamericane, che aveva lasciato una scia di morte sulla costa atlantica dell'Honduras e del Nicaragua. Questo status è scaduto il 5 gennaio 2018 e, sebbene siano stati concessi sei mesi di proroga, fino al 5 luglio, le autorità statunitensi devono pronunciarsi 60 giorni prima, cioè oggi.
Attualmente dei tre paesi centroamericani - El Salvador, Nicaragua e Honduras - che hanno goduto del TPS, solo l'Honduras mantiene ancora tale permesso, dal momento che sia per il Nicaragua che per El Salvador è stato definitivamente sospeso. Quindi coloro che non regolarizzeranno la loro situazione tra gennaio e settembre 2019, dovranno lasciare il paese. Una decisione che è stata ripetutamente condannata dai Vescovi degli Stati Uniti e del Salvador , che si sono recati diverse volte negli Stati Uniti per incontrare i membri del Congresso e cercare di trovare una soluzione per i quasi 200 mila salvadoregni coperti dal TPS .
Nell’ottobre scorso Mons. Joe S. Vásquez, Vescovo di Austin, in Texas, e Presidente della Commissione episcopale per le migrazioni della Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti , ha presentato una relazione della sua Commissione sulla questione, esortando tutti a rivolgere "i loro pensieri e le loro preghiere al popolo di El Salvador e dell’Honduras, in particolare ai destinatari del TPS". Invitava anche a "chiedere all'amministrazione degli Stati Uniti un'estensione del TPS e di rivolgersi ai leader eletti al Congresso per chiedere loro di sostenere una soluzione legislativa per i beneficiari del TPS che vivono negli Stati Uniti da molti anni" .
Oggi molti aspettano pregando che accada un miracolo: "Possa Dio toccare il cuore di Donald Trump e non cancellare il TPS" ha detto alla stampa Orlando Lopez, un attivista honduregno che sta negli Stati Uniti da 19 anni.
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AFRICA/EGITTO - Già “condonate” dal governo 215 chiese costruite prima della nuova legge sui luoghi di culto

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:24
Il Cairo – Sono già 215 le chiese con annessi edifici di servizio costruite prima che entrasse in vigore la nuova legge sulla costruzione degli edifici di culto cristiani, condonate e “regolarizzate” dal governo egiziano che le ha dichiarata conformi ai parametri definiti dalla nuove disposizioni giuridiche. La regolarizzazione è stata sancita da un decreto firmato dal Primo Ministro egiziano Sherif Ismail. La lista degli edifici di culto cristiani finora condonati, pubblicata sulla Gazzetta ufficiale, è stata rilanciata da alcuni website copti, e comprende chiese dislocate in sette governatorati egiziani, compresi quelli di Assiut e Sohag.
Il numero di chiese “regolarizzate” è destinato ad aumentare nei prossimi mesi. Come già riferito da Fides , sono più di 3mila i luoghi di culto cristiani che dovranno essere presi in esame dagli apparati governativi per verificare se rispondono agli standard stabiliti dalla nuova legge.
Nei decenni scorsi, molti dei luoghi di culto cristiani da sottoporre alla valutazione degli organi governativi di controllo sono stati costruiti in maniera spontanea, senza tutte le dovute autorizzazioni. In passato, proprio tali edifici tirati su dalle comunità cristiane locali erano stati utilizzati come pretesto dai gruppi islamisti per fomentare violenze settarie contro i cristiani.
La legge sui luoghi di culto, approvata alla fine di agosto 2016 ha rappresentato per le comunità cristiane egiziane un oggettivo passo avanti rispetto alle cosiddette “10 regole” aggiunte nel 1934 alla legislazione ottomana dal Ministero dell'interno, che vietavano tra l'altro di costruire nuove chiese vicino alle scuole, ai canali, agli edifici governativi, alle ferrovie e alle aree residenziali. In molti casi, l'applicazione rigida di quelle regole aveva impedito di costruire chiese in città e paesi abitati dai cristiani, soprattutto nelle aree rurali dell'Alto Egitto.
Prima dell'agosto 2016, e in assenza di precisi riferimenti legislativi, le diverse Chiese e comunità cristiane, per venire incontro alle proprie necessità pastorali, avevano fatto costruire immobili – edifici di culto, ma anche case e locali di uso collettivo - che spesso risultano ancora privi delle specifiche licenze richieste dalla normativa attualmente vigente. .
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ASIA/INDIA - Approvata una "Legge anti-conversione" nello stato di Uttarakhand

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 11:05
Nainital - L' Uttarakhand è diventato il settimo stato della Federazione indiana ad aver approvato una "legge anti-conversione" che penalizza la libertà di coscienza e la libertà religiosa.
Come appreso dall'Agenzia Fides, il 18 aprile scorso il governatore Krishna Kant Paul ha firmato il disegno di legge "Freedom of Religion" , in precedenza approvato a maggioranza nell'Assemblea legislativa statale.
L' Uttarakhand si unisce agli stati di Orissa, Madhya Pradesh, Chhattisgarh, Gujarat, Himachal Pradesh e Jharkhand, dove sono in vigore legislazioni simili, che gli estremisti indù usano abitualmente per accusare i cristiani di "conversione forzata o fraudolenta".
La nuova legge rende le "conversioni forzate" un reato punibile con una pena detentiva da uno a cinque anni. Se la vittima di "conversione forzata" è una minorenne, una donna o una persona appartenente a una casta o tribù più bassa , la pena detentiva minima è di due anni.
La legge rende anche obbligatorio ottenere il permesso dal governo statale prima della conversione religiosa. Una dichiarazione giurata deve essere presentata al magistrato distrettuale almeno un mese prima della conversione. Le persone che si convertono per contrarre matrimonio devono presentare la stessa dichiarazione giurata un mese prima del matrimonio. Se questa procedura non viene seguita, la conversione religiosa sarà invalidata e considerata illegale dal governo dello stato e può invalidare il matrimonio.
Il cattolico John Dayal, portavoce dello "United Christian Forum" e della "All India Catholic Union", rileva a Fides che "la legge anti-conversione è stata promossa del partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party , senza alcun motivo reale".
"Non ci sono casi di conversione forzata o fraudolenta nello stato. L'unica spiegazione plausibile, allora, può essere quella di minacciare le comunità di minoranza o di limitare la libertà di religione dei dalit e delle comunità più deboli: i loro diritti vengono schiacciati dalle caste superiori che esercitano il potere politico nello stato". "Porteremo la legge in tribunale e la contesteremo nel dibattito pubblico", ha affermato Dayal, giornalista cattolico e attivista per i diritti umani.
Il Vescovo Francis Kalist, che guida la diocesi di Meerut, in Uttarakhand, afferma a Fides: "La legge è di natura discriminatoria, in quanto implicitamente rivolta ai cristiani e alle altre minoranze". Il Vescovo teme che la legge possa "influire negativamente sulla Chiesa, in quanto potrebbe essere strumentalizzata per molestare i cristiani".
Lo stato di Uttarakhand ha 10 milioni di persone, per lo più indù. I cristiani rappresentano meno dell'1% della popolazione, mentre i musulmani costituiscono il 14% della popolazione, secondo il censimento del 2011. Lo stato è governato dal partito nazionalista indù Bharatiya Janata Party .
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ASIA/AFGHANISTAN - L’Associazione Pro Bambini di Kabul e l'opera delle suore per la dignità dei piccoli disabili

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 10:41
Kabul - “Le suore in missione a Kabul vivono in una situazione estrema. Stanno portando avanti un’opera veramente eroica. E, nel loro piccolo, stanno lentamente contribuendo a riqualificare la figura delle persone diversamente abili presso le famiglie afghane”. Lo riferisce all’Agenzia Fides padre Matteo Sanavio, sacerdote della Congregazione dei Padri Rogazionisti e referente dell’Associazione "Pro Bambini di Kabul", realtà nata ufficialmente nel 2006, ma che trova la sua origine nel discorso di Natale fatto da Giovanni Paolo II nel 2001. “In quell’occasione il Papa disse: ‘Salviamo i bambini di Kabul!’. Fu da quel grido di aiuto che il guanelliano p. Giancarlo Pravettoni ebbe l’idea di creare un’associazione intercongregazionale che rispondesse all’appello di Wojtyla” precisa p. Sanavio.
Le prime quattro suore arrivarono a Kabul nel 2006. Spiega il sacerdote: “Appartenevano a tre congregazioni diverse e si erano preparate vivendo un’esperienza di vita comune per sei mesi a Roma. In un primo momento furono ospitate nei locali della Caritas di Kabul, poi trovarono una casa in affitto. L’obiettivo della loro missione era aiutare i più deboli, quindi scelsero i bambini disabili, perché purtroppo molto spesso nelle famiglie afghane non si presta alcun tipo di attenzione o di assistenza ai parenti portatori di handicap”.
Fin dal principio quindi, le suore tentarono di inserire gradualmente i bambini nella società. A tal fine, “in una prima fase era stata creata una specie di scuola professionale. Ormai da quasi 10 anni, invece, l’istituto è stato riorganizzato con l’obiettivo di iniziare i bambini alla scuola ‘normale’. Oggi i nostri piccoli alunni sono 40 e tra essi vi è addirittura la figlia di un ministro. Ci risulta, infatti, che quella dell’Associazione Pro Bambini di Kabul sia l’unica struttura per bambini portatori di handicap presente in Afghanistan” rileva p. Sanavio, spiegando anche che “ci sono 4 classi da 10 alunni, seguiti da maestre specializzate, a loro volta coordinate dalle suore. Le insegnanti sono afghane, regolarmente contrattualizzate, quindi la scuola rappresenta anche una reale opportunità di lavoro per la gente del posto”.
Il futuro della scuola, spiega però il sacerdote, è piuttosto incerto: “Siamo nelle mani di Dio, perché incontriamo quotidianamente due difficoltà. Una è di natura economica: per il 2018 abbiamo il sostegno finanziario necessario, ma al momento non sappiamo se nei prossimi tre anni riusciremo a mantenere l’istituto. Quello economico, però, non è il problema più grande. L’ostacolo maggiore è riuscire a reperire il personale da mandare a Kabul: c’è bisogno di suore che abbiano una cultura vicina a quella afghana, o che per lo meno conoscano la lingua araba. E, soprattutto che siano disposte a trascorrere due o tre anni della propria vita compiendo grandi sacrifici”.
Secondo quanto riportato da p. Matteo Sanavio, attualmente a Kabul sono presenti due suore, una guanelliana proveniente dall’India e una Missionaria della Consolata dal Mozambico.
In Afghanistan, dove l’Islam è riconosciuto come religione di Stato, la presenza cattolica fu ammessa all'inizio del Novecento come semplice assistenza spirituale all’interno dell’Ambasciata italiana a Kabul, elevata a Missio sui iuris nel 2002 da Giovanni Paolo II. Oggi la missione continua ad aver base nella struttura diplomatica ed è affidata al barnabita padre Giovanni Scalese. Nella capitale afghana sono operative, inoltre, le suore Missionarie della Carità.
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AMERICA/URUGUAY - Conferma del Direttore nazionale delle POM, p. Leonardo Rodriguez

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 09:35
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 8 marzo 2018 ha confermato nell’incarico di Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Uruguay per un altro quinquennio , il rev. p. Leonardo Rodriguez, del clero diocesano di Canelones.
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AFRICA/CONGO - Nomina del Direttore nazionale delle POM, d. Gelase Armel Kema

Fides IT - www.fides.org - Ven, 04/05/2018 - 09:28
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 14 marzo 2018 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Congo per un quinquennio , il rev. d. Gelase Armel Kema, del clero diocesano di Ouesso.
Il nuovo Direttore nazionale è nato il 26 ottobre 1972 a Ouesso ed è stato ordinato sacerdote il 29 agosto 1999 sempre ad Ouesso. Dopo aver frequentato il Seminario San Pio X di Makoua, ha studiato filosofia e teologia all’Istituto teologico di Montreal, Quebec, in Canada, successivamente all’ordinazione ha conseguito la licenza e il dottorato in Diritto canonico alla Pontificia Università Urbaniana a Roma. Dopo l’ordinazione ha ricoperto diversi incarichi: Viceparroco, Parroco, Rettore del Seminario proedeutico di Ouesso, Vicario generale. Dopo gli studi a Roma , dal 2014 è Professore di diritto canonico al Seminario maggiore Card. Emile Biayenda.
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AFRICA/CENTRAFRICA - “C’è la volontà di dividere il Paese? Esiste un’agenda nascosta?” si chiede il Card. Nzapalainga dopo il massacro

Fides IT - www.fides.org - Gio, 03/05/2018 - 12:23
Bangui - “Mi inchino alla memoria dei nostri fratelli e sorelle che non sono più con noi e porgo le condoglianze alle loro famiglie. Sono vicino spiritualmente alle persone ferite” ha detto il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, al suo rientro nella Repubblica Centrafricana. Il Paese è ancora sotto choc per il massacro nella parrocchia Notre Dame de Fatima perpetrato il 1° maggio, che ha provocato, secondo l’ultimo bilancio aggiornato, 24 morti e 170 feriti. Tra i morti c’è pure un sacerdote molto stimato, don Albert Toungoumale-Baba .
“La violenza non è la soluzione ai nostri problemi” ha ribadito il Cardinale. “Per questo condanno fermamente ciò che è accaduto nella parrocchia Notre Dame de Fatima. Faccio appello al governo e alla MINUSCA perché sia fatta luce. Ovvero che si sappia la verità e che venga resa giustizia alla popolazione centrafricana” continua il Cardinale. “Dietro questi avvenimenti mi pongo delle domande: che cosa sta accadendo? Ci sono state delle manipolazioni, delle strumentalizzazioni? C’è la volontà di dividere il Paese? Esiste un’agenda nascosta? Cerchiamo insieme delle risposte a queste domande”.
Il Cardinale ha comunque rilanciato la speranza che “in situazioni difficili come questa sorgano eroi, e non dubito che degli eroi esistono nella Repubblica Centrafricana, perché si alzino uniti per dire no alla violenza, no alla barbarie, no all’autodistruzione. Per questo faccio appello a tutti i gruppi politici, amministrativi, religiosi, senza distinzioni, perché condanniamo insieme quello che è successo. Allo stesso tempo dico a tutti quelli che sono dei credenti che nel momento della prova dobbiamo affidarci a Dio, che ci ha donato la pace di Cristo. Faccio appello a tutti all’autocontrollo, che tutti abbiano il controllo di se stessi, per evitare la collera, l’odio, la vendetta e le rappresaglie”.
“Chiedo a Cristo, Principe della Pace, di toccare i cuori degli uni e degli altri, affinché si convertano, depongano le armi e possano guardarsi in faccia. Che Maria, Regina della Pace, benedica il nostro Paese” ha concluso il Cardinale.
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ASIA/LIBANO - Vescovi maroniti sulle elezioni:il prossimo governo punti al rimpatrio dei rifugiati siriani

Fides IT - www.fides.org - Gio, 03/05/2018 - 11:38
Bkerkè – Il Parlamento e il governo che usciranno dalle elezioni politiche libanesi di domenica 6 maggio dovranno contrastare il tentativo di imporre al Libano in maniera permanente il peso dell'accoglienza dei rifugiati siriani. E' questa una delle priorità indicate dai Vescovi maroniti in un pronunciamento diffuso in vista della prossima, importante scadenza elettorale nazionale.
Il Consiglio dei vescovi maroniti, riunitosi mercoledì 2 maggio nella sede patriarcale di Bkerké sotto la presidenza del Patriarca Bechara Boutros Rai, al termine della riunione ha sollecitato i futuri parlamentari e membri della compagine governativa a schierarsi con il Presidente Michel Aoun riguardo alla gestione dell'emergenza-profughi, e ha richiamato all'urgenza di porre mano a un “piano globale” volto a favorire il rimpatrio degli sfollati siriani che hanno trovato rifugio in territorio libanese.
Nelle ultime settimane va crescendo in settori della Chiesa maronita la preoccupazione che si possano avviare processi di stabilizzazione dei profughi siriani presenti n Libano. Tale eventualità, oltre a avere effetti imprevedibili sulla già difficile situazione economica libanese, secondo i Vescovi maroniti finirebbe per alterare il profilo demografico del Paese, mettendo a dura prova il delicato equilibrio tra le diverse comunità religiose che configura anche la particolare struttura istituzionale del Paese dei Cedri. Il 7 e l'8 aprile scorsi, in due diverse omelie, lo stesso Patriarca maronita Bechara Rai aveva espresso la propria preoccupazione per un articolo inserito nella legge di bilancio nazionale 2018 che riconosceva la possibilità di ottenere un permesso di soggiorno in Libano a tutti gli stranieri che acquistano una unità abitativa in territorio libanese per un valore di almeno 500mila dollari. Il Patriarca aveva denunciato questa misura come una mossa preliminare per arrivare poi a concedere la nazionalità libanese anche agli stranieri – compresi i profughi siriani - che già vivono da tempo in Libano. .
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AFRICA - Vincere la sfida della pace in Africa: un sogno possibile con il dialogo, non con le armi

Fides IT - www.fides.org - Gio, 03/05/2018 - 11:01
Kara – “Chi salverà l’Africa Centrale, il Congo Kinshasa, la Somalia, il Sud Sudan, la Nigeria, la Libia ? Chi salverà realmente l’Africa da tutta la violenza che sta seppellendo e impoverendo insistentemente il continente africano sempre più vittima della barbarie dei suoi stessi figli? L’Africa sarà mai libera da questa spirale di violenza? Sono tutte domande che appesantiscono le nostre notti”, dice all’Agenzia Fides padre Donald Zagore, missionario della Società Missioni Africane, commentando solo alcuni degli episodi di violenza registrati negli ultimi giorni nel Continente africano. “Ora più che mai urgono azioni concrete ed efficaci per salvare la vita di milioni di uomini, donne e bambini, che vengono ripetutamente e disperatamente sacrificati. L’Africa non è un cimitero sempre aperto dove si contano migliaia di morti, l’Africa non è la terra dove il saccheggio dell’economia, le torture, gli omicidi, sono solo banalità. No, l'Africa non è l'arena in cui il male trionfa sempre”, insiste il missionario.

“È ora che gli africani si rendano conto di questa tragica fatalità”, spiega ancora il sacerdote a Fides. “È tempo che gli africani si rifiutino di chiudersi in questa logica di violenza senza fine imposta da uomini senza fede, né legge, uomini che trovano paradossalmente nella distruzione dell'umanità il modo per eccellenza di realizzare la propria umanità. È tempo che in questo continente emergano gli uomini e le donne amanti della pace”, aggiunge

“Se la storia del nostro continente – prosegue la sua analisi - attraverso le sue ribellioni e le sue guerre senza fine, ha dimostrato che la violenza come mezzo di espressione è la cosa più popolare nel continente africano, bisogna anche ammettere che la violenza stessa non ha mai portato progresso e non sarà mai una soluzione ai nostri problemi. Non costruiremo mai il nostro continente usando il linguaggio delle armi. Solo il vero dialogo che trascende da ogni tipo di segregazione ed emarginazione e riunisce tutti, senza eccezioni, può salvare il continente africano”

“Urge affrontare la sfida della pace attraverso il vero dialogo su tutte le sue difficoltà persistenti che impediscono il miglioramento dei popoli africani nel senso di uguaglianza, responsabilità e libertà rimane un imperativo di grande importanza. Ciò sarà possibile solo attraverso la cultura di un amore sociale animato dal senso della carità”, conclude padre Zagore.



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AMERICA/PERU’- Missionarie del Sacro Cuore: promuovere i diritti delle comunità indigene ed evangelizzarle nella loro lingua

Fides IT - www.fides.org - Gio, 03/05/2018 - 10:52
Ucayali - L'assassinio della leader indigena di 80 anni della popolazione Shipibo-Konibo, Olivia Arévalos, avvenuto il 19 aprile nell'Amazzonia peruviana e che è ancora oggetto di indagine, "è stato un evento molto forte per noi, missionarie del Sacro Cuore di Gesù presenti in questo luogo, per la sua famiglia e per l'intero popolo Shipibo-Konibo, che sente di aver perso una delle sue donne sagge, profonda conoscitrice dei valori tradizionali di questo gruppo etnico, nonché attiva nella difesa dei diritti culturali e ambientali della sua gente". Questa la dichiarazione, all'Agenzia Fides, di suor Amparo Zaragoza Castello, della "Compagnia Missionaria del Sacro Cuore di Gesù", che insieme ad altre tre religiose annuncia il Vangelo nella comunità Shipibo-Konibo, nel distretto di Yarinacocha, nel dipartimento peruviano di Ucayali.
Le missionarie del Sacro Cuore di Gesù, presenti nella comunità Shipibo-koniba da 41 anni, comunicano e celebrano le liturgie nella lingua Shipibo. "Per noi, la loro visione del mondo - anche se non la conosciamo completamente - non è mai stata un problema quando si tratta di evangelizzare, perché sin dall'inizio abbiamo cercato di tener conto della loro cultura e di rispettarla, secondo ciò che dice il Vaticano II, perchè vi sono presenti i ‘semi del Verbo’ ” dice a Fides suor Zaragoza, aggiungendo: "partendo da una inculturazione e tenendo presente l'uomo Shipibo, condividiamo e annunciamo il Vangelo di Gesù".
Parlando del suo lavoro missionario, la religiosa afferma che questo "ha comportato per noi momenti molto forti di rifiuto, non da parte delle persone che accompagnavamo, ma da individui e società che, nel corso degli anni cercano di impadronirsi delle ricchezze culturali e di quelle naturali del territorio".
Come parte del loro impegno missionario, la congregazione promuove i diritti della popolazione shipobo-konibo, li aiutano a difendere i loro territori e a conoscere le leggi che li proteggono. “Abbiamo sempre cercato di tenere presente ciò che afferma Evangelii Nuntiandi al n° 31: ‘Tra evangelizzazione e promozione umana, sviluppo e liberazione, in effetti esistono legami molto forti’. Quindi per noi l'annuncio del Vangelo e la formazione della comunità cristiana va sempre accompagnata dall'aiuto alle loro lotte, soprattutto per essere riconosciuti individualmente e come gruppo nella proprietà della terra, tenendo sempre presente che il nostro ruolo è quello di accompagnarli e consigliarli, non di dirigerli" sottolinea suor Zaragoza. Una delle principali sfide che devono affrontare come missionarie, secondo la suora spagnola, è "sapere come evitare uno shock culturale, ma fare in modo che ci possa essere un arricchimento reciproco e da qui nasca qualcosa di nuovo e ricco per entrambe le culture" .
La popolazione Shipibo-Konibo appartiene a uno dei 12 gruppi etnici indigeni presenti nella foresta peruviana. Oggi conta più di 30 mila persone, che vivono principalmente sulle rive del fiume Ucayali. I francescani e i gesuiti furono i primi missionari cattolici a entrare in contatto con questa comunità nell'epoca coloniale.
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ASIA/TURKMENISTAN - La comunità cattolica in cammino tra battesimi e catecumenato

Fides IT - www.fides.org - Gio, 03/05/2018 - 10:35
Ashgabat - “Da una sola candela se ne possono accendere migliaia. Questo ci ispira: preghiamo affinché la nostra candela non si spenga. Siamo una piccola Chiesa, ma ringraziamo Dio perché abbiamo l’opportunità di evangelizzare in questo paese dell’Asia Centrale, annunciando che Gesù Cristo Risorto è il salvatore dell’umanità. La presenza qui ci offre un’occasione unica per testimoniare la fede”. Sono le parole che p. Andrzej Madej, sacerdote polacco degli Oblati di Maria Immacolata e Superiore della Missio sui iuris del Turkmenistan, rilascia all’Agenzia Fides annunciando i battesimi celebrati nella sua comunità.
P. Madej racconta: “Abbiamo vissuto il tempo di Pasqua, il più grande avvenimento della vita di ogni cristiano. Durante la celebrazione della Risurrezione di Cristo, ci sono stati alcuni nuovi battezzati ed altri che hanno rinnovato questo sacramento: molti di loro lo avevano ricevuto da piccoli, ma nel corso degli anni si erano allontanati dalla Chiesa. A loro proponiamo il catecumenato per capire cosa significa il battesimo e cosa vuol dire credere. In questo modo aiutiamo molte persone a ritornare nella Chiesa e ad essere un membro vivo del corpo mistico di Gesù”.
Dal 28 maggio al 4 giugno, invece, la comunità turkmena accoglierà tre rappresentanti in visita pastorale: il Nunzio apostolico Paul Fitzpatrick Russell, che arriverà da Ankara; il superiore provinciale degli Oblati di Maria Immacolata, padre Pavel, dalla Polonia; un missionario Oblato in rappresentanza dell’Asia. P. Madej spiega che si tratterà di “un’occasione per sperimentare la forza dell’unità, ricordando che siamo al tempo stesso membri di una Nunziatura apostolica, della Chiesa e della piccola comunità degli Oblati”.
In Turkmenistan, che conta 5 milioni di abitanti al 90% musulmani, la Chiesa cattolica è rinata con la Missio sui iuris istituita da Giovanni Paolo II nel 1997. Per tredici anni, la presenza degli Oblati è stata ammessa solo come rappresentanza dell’Ambasciata vaticana: all’inizio ci si incontrava nelle abitazioni private e la Messa si celebrava nel territorio diplomatico della Nunziatura apostolica di Ashgabat. Nel 2010 il governo turkmeno ha riconosciuto ufficialmente la presenza cattolica. La comunità cattolica turkmena, costituita da circa duecento fedeli, si riunisce nella cappella della Trasfigurazione del Signore, nella capitale Ashgabat, ed è guidata da due sacerdoti Oblati di Maria Immacolata.
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