AFRICA/BURUNDI - Urne aperte per il referendum costituzionale che permetterà al Presidente Nkurunziza di governare fino al 2034

Fides IT - www.fides.org - Gio, 17/05/2018 - 11:19
Bujumbura - Sono 4.8 milioni gli elettori chiamati alle urne in Burundi oggi, per il referendum sulla controversa revisione costituzionale volta a permettere al Presidente Pierre Nkurunziza di rimanere al potere per altri 15 anni, fino al 2034. Il referendum è boicottato dall’opposizione e da gruppi della società civile, ma il Presidente Nkurunziza ha firmato un decreto che punisce penalmente le campagne per boicottare il voto.
La campagna referendaria si è svolta in un pesante clima di intimidazione, come denunciato dagli stessi Vescovi burundesi nella loro lettera pastorale pubblicata ai primi di maggio, nella quale stigmatizzano “l’agire di alcuni burundesi che utilizzano la violenza e abusano dell’autorità che detengono per opprimere la libertà d’espressione e d’opinione dei loro avversari politici.
“La maggior parte dei burundesi vive nella paura, a tal punto che le persone non osano dire quello che pensano, per il timore di rappresaglie” denunciano i Vescovi, secondo i quali la proposta di riforma costituzionale oggetto del referendum va contro la stessa Carta Costituzionale. “In effetti, è da discutere se le disposizioni dell'articolo 299 della Costituzione che attualmente ci governa siano state prese in considerazione. Questo articolo stabilisce che nessuna procedura di revisione può essere applicata se mina l'unità nazionale, la coesione del popolo burundese o la riconciliazione. Secondo quanto possiamo vedere, invece di unire i burundesi, il lavoro svolto e la bozza di Costituzione risultante sembrano aver esacerbato le divergenze” scrivono i Vescovi.
Nel 2015 Nkurunziza ha già ottenuto un terzo mandato in spregio della vecchia Carta Costituzionale e agli Accordi di Pace di Arusha, provocando una gravissima crisi politica, che ha costretto 400.000 burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini. “Con la nuova Costituzione Nkurunziza potrà ripresentarsi alle elezioni per ottenere due mandati di 7 anni ciascuno, in modo da rimanere al potere per altri 14 anni, fino al 2034” affermano a Fides fonti della Chiesa burundese.
“Molti burundesi sono stati costretti con la forza a iscriversi nelle liste elettorali per il voto referendario. All’opposizione viene impedito di fare propaganda per invitare la popolazione a votare no al referendum. In queste condizioni è dunque quasi sicuro che la riforma costituzionale verrà approvata. Inoltre le elezioni presidenziali del 2020 rischiano di essere una farsa” concludono le nostre fonti.
Il Presidente Nkurunziza sta già preparando le elezioni del 2020, con un’ordinanza del dicembre 2017 che obbliga i cittadini burundesi a contribuire al loro finanziamento.

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AMERICA/NICARAGUA - Prima giornata di Dialogo nazionale: “la Chiesa è ponte, ospedale, madre”

Fides IT - www.fides.org - Gio, 17/05/2018 - 11:13
Managua – Il “Dialogo nazionale”, avviato in Nicaragua per cercare di risolvere la crisi socio-politica del paese è iniziato ieri a Managua, con la partecipazione del presidente Daniel Ortega, degli imprenditori, della società civile, degli studenti universitari e dei Vescovi del Nicaragua. Il Dialogo si svolge nel Seminario interdiocesano Nostra Signora di Fatima, a ovest di Managua, protetto da un forte dispositivo di sicurezza, che copre fino a 1.000 metri intorno al Seminario, sede scelta dalla Conferenza Episcopale .
Dopo la presentazione da parte dei Vescovi, chiamati in causa come “mediatori e testimoni” nel Dialogo, Ortega ha formalmente preso la parola. Poi è toccato alla società civile presentare le proprie idee e in seguito agli studenti. La Vicepresidente Murillo, moglie di Ortega, ha dichiarato che esiste pieno accordo sul fatto che la "metodologia e l'organizzazione di questo Dialogo sono stabilite dalla Conferenza Episcopale Nicaraguense”.
Nel Messaggio di presentazione pronunciato dal Card. Brenes, Arcivescovo di Managua e Presidente della CEN, inviato all’Agenzia Fides, si afferma: "Abbiamo accettato questa difficile e complessa sfida e ci siamo impegnati come mediatori e testimoni, l'unico modo possibile per riconciliare le più alte aspirazioni di ognuno. Siamo qui per trovare insieme le possibili vie di uscita e le soluzioni alle richieste e alle aspettative, complesse e diverse, ma essenzialmente identiche nella loro essenza e aspirazione suprema. Attraverso il dialogo e l'ascolto, possiamo aiutare a costruire un mondo migliore, rendendolo un luogo d'accoglienza e di rispetto, contrastando così divisioni e conflitti".
Il Cardinale ha ricordato in tre punti la missione della Chiesa: “La Chiesa è un ponte che, in questo caso, collega i punti distanti; la Chiesa è un ospedale da campo. Abbiamo molte vite da salvare e ferite da guarire, non dimentichiamolo mai: ciò che è in gioco qui sono le persone; la Chiesa è madre. In una famiglia quando i fratelli litigano, la madre è nel mezzo”. Per concludere, il Cardinale ha chiesto al Presidente di "compiere quei passi positivi di buona volontà per il successo di questo Dialogo Nazionale, portando avanti i punti che i miei fratelli Vescovi hanno presentato alla sua persona in una lettera inviata nei giorni scorsi" .
Il presidente Ortega ha detto: "Abbiamo invitato la Commissione Internazionale dei Diritti Umani ad accompagnare questo sforzo. Chiediamo l'elenco di quanti morti e scomparsi ci sono in Nicaragua, e non di usare la menzogna. Vogliamo la lista, da consegnare anche ai Vescovi, e dimostreremo loro che non c'è una sola persona scomparsa, non c'è un solo prigioniero, sono stati tutti liberati".
Mentre il rappresentante degli studenti ha chiesto di fermare la repressione subito, il Presidente del Consiglio Superiore delle Imprese Private , ha affermato che "la prima cosa è garantire la sicurezza degli studenti, perché in questo momento è una priorità".
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ASIA/FILIPPINE - Puntare sui “valori comuni”: l’auspicio del movimento “Silsilah” per il mese del Ramadan

Fides IT - www.fides.org - Gio, 17/05/2018 - 11:00
Zamboanga - "In questo mese di Ramadan, sacro per il mondo musulmano, desideriamo esprimere solidarietà ai musulmani e ribadire la convinzione che l'Islam possa aiutare, tra le molte cose, nel dire il valore della preghiera, del digiuno e della attenzione ai bisognosi”: così recita il messaggio diffuso dal movimento islamocristiano “Silsilah”, a Zamboanga, nel Sud delle Filippine, e inviato alll’Agenzia Fides.
“Ricordiamo ciò che il Forum cattolico-musulmano a Roma del 2008 ha affermato, dopo la lettera aperta di 138 leader religiosi musulmani nel mondo del 2007, sottolineando che l'amore di Dio e l'amore per il prossimo sono propri della fede cristiana e dell'islam. In quel documento si legge: Per i musulmani, l'amore è un potere trascendentale senza tempo, che guida e trasforma il reciproco sguardo umano. Questo amore, come rivelato dal Santo e Profeta Muhammad, è un vero amore per l'unico vero Dio. E' l'amorevole compassione di Dio, persino maggiore di quella di una madre per il suo bambino”.
“Silsilah” ricorda che in quel documento si ribadivano punti comuni tra fede cristiana e musulmana, come “l'importanza della vita umana, la dignità umana, il rispetto della creazione di Dio, l'amore sincero dei vicini, il rispetto delle minoranze religiose, l'importanza dell'educazione nei valori umani, civici, religiosi e morali, l'importanza dell'amore e dell'armonia tra i credenti, il sistema finanziario etico, l'attenzione per i giovani”.
"Oggi desideriamo ribadire la volontà di musulmani e cristiani di muoversi insieme secondo l’amore di Dio, l'amore per il prossimo e l'amore per il bene comune. Questo è l'augurio di Silsilah nel santo mese di Ramadan" afferma il testo.
Nel 2018, nota il messaggio, "riflettiamo sulla nostra missione nel mezzo di una crescente violenza e conflitto a Mindanao. Siamo allarmati da molti segni di violenza, specialmente tra i gruppi di musulmani che combattono in nome dell'islam”.
Silsilah è un movimento che, avviato nel 1984 dal missionario del Pime p. Sebastiano d’Ambra, ha iniziato a invitare musulmani e cristiani a costruire insieme una “catena” di amore, nella convinzione di appartenere alla stessa famiglia umana, creata dallo stesso Dio. L’idea di fondo è coltivare la “spiritualità della vita in dialogo”, che abbraccia quattro dimensioni: dialogo con Dio, con il se stessi, con gli altri e con il creato.
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ASIA/CINA - Inaugurata una statua di san Giovanni Wu Wen Yin, canonizzato nel 2000

Fides IT - www.fides.org - Gio, 17/05/2018 - 10:00
Han Dan – E’ stata inaugurata la statua di San Giovanni Wu Wen Yin, catechista e martire cinese canonizzato il 1° ottobre del 2000 da Papa Giovanni Paolo II. Come riferisce il sito web della diocesi di Han Dan, nella provincia di Hebei, consultato dall'Agenzia Fides, la benedizione e lo svelamento della nuova statua sono avvenuti nel corso di una solenne celebrazione presieduta dal cancelliere diocesano don Pietro Zhou Qing Gang, con 35 sacerdoti con celebranti e numerosi fedeli.
Durante la messa, è stato consacrato anche il nuovo altare della parrocchia di Dong Er Tou, dove è nato il santo. Nell’omelia, il Cancelliere ha ricordato la coraggiosa testimonianza di fede di questo santo che era fervente nella fede, era la guida della sua comunità, impegnato in opere sociali e che è stato ispirato dalla profonda fede di sua madre. Pietro Zhou ha dunque invitato tutti i fedeli a seguire le sue orme perché “il sangue dei martiri è seme dei cristiani”.
Nato nel 1850 nel villaggio di Dong Er Tong di Yong Nian , Giovanni Wu Wen Yin era catechista e fervente cattolico. Nella persecuzione scatenata dai Boxer , fu torturato e condannato a morte per essersi rifiutato di abbandonare la dottrina cristiana. Di fronte alla raccomandazione di sua madre, che lo invitava a restare saldo nella fede, lui rispose: “Stai tranquilla mamma. Per favore, prenditi cura dei miei orfani perché sto andando a martirio. Ci vediamo nella casa celeste del Padre”. Fu ucciso all’età di 50 anni.

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ASIA/MALAYSIA - I Vescovi: pregare per la pace e la riconciliazione dopo le elezioni, nella "nuova Malaysia"

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 12:17
Kuala Lumpur - "Abbiamo esercitato il nostro diritto democratico di voto il 9 maggio 2018. La storia è andata contro ogni previsione. La Malesia ha una opportunità d'oro. Il futuro è nelle mani del popolo. Noi, Vescovi cattolici della Malesia, proponiamo un momento di preghiera e ringraziamento per la nostra amata nazione durante la Novena di Pentecoste, tra il 12 e il 20 maggio": lo afferma un messaggio firmato dai Vescovi della Malaysia e inviato all'Agenzia Fides, all'indomani delle elezioni politiche. Per la prima volta nella storia della nazione, il voto ha visto la vittoria della coalizione di opposizione, rispetto al "Fronte nazionale" che ha governato per 60 anni .
"Siamo grati all'elettorato che ha mostrato maturità" rilevano i Vescovi, notando che, grazie all'impegno dei funzionari della Commissione elettorale e di migliaia di volontari, il voto si è svolto pacificamente, in modo trasparente e quasi senza incidenti.
I Vescovi apprezzano lo sforzo di costruire "una nuova Malaysia" dove "la libertà e la giustizia sono garantite a tutti", dove "tutti possono vivere in pace e armonia senza sospettare l'uno dell'altro come concittadini".
"Molte persone - rileva il testo - hanno espresso sentimenti di gioia nell'essere malesi. Questa è davvero una grazia di Dio donata gratuitamente a tutti. Questo si è manifestato anche nel corso di queste elezioni. Abbiamo assistito alla ricerca di perdono per gli errori del passato. Abbiamo visto riconciliazione offerta e ricevuta e un amore per la pace e per l'armonia".
Citando un passo della Lettera di Giovanni, "finché ci amiamo gli uni gli altri, Dio vivrà in noi e il suo amore sarà completo in noi." , l'Episcopato malaysiano nota: "Abbiamo tutti bisogno di continuare a pregare per la Malesia. Dobbiamo pregare per la guarigione e l'unità tra tutti. Lasciate che anche la Chiesa prema il pulsante "Reset" e sia una Chiesa malese. Cerchiamo di essere inclusivi. Cerchiamo di essere creativi. Cerchiamo di essere costruttori di ponti. Vogliamo pregare perché Dio doni benedizioni e prosperità a tutti i malesi".
Con questo spirito, la Chiesa malaysiana suggerisce a tutte le comunità sparse sul territorio di offrire una messa di ringraziamento, vivere un'ora di Adorazione e di preghiera, inserire una speciale intenzione di preghiera per la pace nel paese, durante le preghiere del Rosario in comunità e in famiglia. E incoraggia tutti i cittadini all'impegno personale per la pace e l'unità. "Possa l'amore di Dio e l'amore per questa nazione, tenerci uniti come malesi", conclude il messaggio
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ASIA/TERRA SANTA - Vescovi cattolici: la strage di Gaza si poteva evitare.Gerusalemme può essere anche Capitale di Palestina

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 11:49
Gerusalemme – Le decine di morti e i circa 3mila feriti in occasione delle proteste palestinesi organizzate presso le barriere di confine tra la Striscia di Gaza e Israele si sarebbero potute evitare “se le forze israeliane avessero usato strumenti non letali”. Puntano il dito verso l'esercito israeliano i Vescovi cattolici di Terra Santa, che ieri, martedì 15 maggio, hanno diffuso un comunicato in merito ai tragici fatti che stanno di nuovo insanguinando la terra dove è nato, morto e risorto Gesù Cristo. Nel loro messaggio, diffuso attraverso i canali ufficiali del Patriarcato latino di Gerusalemme e pervenuto anche all'Agenzia Fides, l'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa chiede di porre fine “il prima possibile” all'assedio imposto a circa due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza.
I Vescovi cattolici aggiungono che il trasferimento dell'Ambasciata USA nello Stato di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, come tutte le altre mosse e decisioni unilaterali riguardo alla Città Santa di Gerusalemme, “non contribuisce a far avanzare la tanto attesa pace tra israeliani e palestinesi”. E fanno riferimento anche alla necessità, insistentemente richiamata dalla Santa Sede, di rendere Gerusalemme “una città aperta a tutti i popoli. il cuore religioso delle tre religioni monoteiste”, evitando ogni misura unilaterale che possa alterare il profilo della Città Santa. “Riteniamo” aggiungono i Vescovi cattolici di Terra Santa “che non vi sia alcun motivo che possa impedire alla città di essere la capitale di Israele e della Palestina”, aggiungendo che ciò dovrebbe avvenire attraverso "la negoziazione e il rispetto reciproco”.
L'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa raccoglie tutti i Vescovi delle Chiese cattoliche – latina, greco melchita, armena, maronita, caldea e siro cattolica – presenti in quella regione, insieme al Custode francescano di Terra Santa. Martedì 15 maggio l'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha anche invitato “tutti i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi, tutti i fedeli di Gerusalemme e quanti lo desiderano” a prendere parte alla veglia di preghiera per la pace che sarà celebrata nel pomeriggio del prossimo sabato, vigilia di Pentecoste, nella chiesa di Sant'Etienne.
Dal 30 marzo scorso, quando sono iniziate le manifestazioni palestinesi lungo la linea di confine con Israele, sono almeno 110 i manifestanti palestinesi uccisi e più di 3mila quelli feriti dal fuoco israeliano nella Striscia di Gaza. .
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ASIA/TERRA SANTA - Vescovi cattolici: la strage di Gaza si poteva evitare.E Gerusalemme può essere anche Capitale di Palestina

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 11:49
Gerusalemme – Le decine di morti e i circa 3mila feriti in occasione delle proteste palestinesi organizzate presso le barriere di confine tra la Striscia di Gaza e Israele si sarebbero potute evitare “se le forze israeliane avessero usato strumenti non letali”. Puntano il dito verso l'esercito israeliano i Vescovi cattolici di Terra Santa, che ieri, martedì 15 maggio, hanno diffuso un comunicato in merito ai tragici fatti che stanno di nuovo insanguinando la terra dove è nato, morto e risorto Gesù Cristo. Nel loro messaggio, diffuso attraverso i canali ufficiali del Patriarcato latino di Gerusalemme e pervenuto anche all'Agenzia Fides, l'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa chiede di porre fine “il prima possibile” all'assedio imposto a circa due milioni di palestinesi nella Striscia di Gaza. I Vescovi cattolici aggiungono che il trasferimento dell'Ambasciata USA nello Stato di Israele da Tel Aviv a Gerusalemme, come tutte le altre mosse e decisioni unilaterali riguardo alla Città Santa di Gerusalemme, “non contribuisce a far avanzare la tanto attesa pace tra israeliani e palestinesi”. E fanno riferimento anche alla necessità, insistentemente richiamata dalla Santa Sede, di rendere Gerusalemme “una città aperta a tutti i popoli. il cuore religioso delle tre religioni monoteiste”, evitanto ogni misura unilaterale che possa alterare il profilo della Città Santa. “Riteniamo” aggiungono i Vescovi cattolici di Terra Santa “che non vi sia alcun motivo che possa impedire alla città di essere la capitale di Israele e della Palestina”, aggiungendo che ciò dovrebbe avvenire attraverso la negoziazione e il rispetto reciproco”.
L'Assemblea dei Vescovi ordinari cattolici di Terra Santa raccoglie tutti i Vescovi delle Chiese cattoliche – latina, greco melchita, armena, maronita, caldea e siro cattolica – presenti in quella regione, insieme al Custode francescano di Terra Santa. Martedì 15 maggio l'Arcivescovo Pierbattista Pizzaballa, Amministratore apostolico del Patriarcato latino di Gerusalemme, ha anche invitato “tutti i sacerdoti, i religiosi, le religiose, i seminaristi, tutti i fedeli di Gerusalemme e quanti lo desiderano” a prendere parte alla veglia di preghiera per la pace che sarà celebrata nel pomeriggio del prossimo sabato, vigilia di Pentecoste, nella chiesa di Sant'Etienne.
Dal 30 marzo scorso, quando sono iniziate le manifestazioni palestinesi lungo la linea di confine con Israele, sono almeno 110 i manifestanti palestinesi uccisi e più di 3mila quelli feriti dal fuoco israeliano nella Striscia di Gaza. .
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AFRICA/KENYA - La diocesi di Nakuru lancia una raccolta di aiuti per le vittime del crollo della diga di Solai

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 11:29
Nairobi - “Ho visto personalmente la distruzione causata dalla diga che ha provocato la morte di diverse persone. Mi appello a tutti voi per offrire un contributo speciale dal 13 maggio alla domenica di Pentecoste, il 20 maggio, in denaro, cibo, vestiti, coperte e in qualsiasi altro modo che possa aiutare le vittime” ha esortato Sua Ecc. Mons. Maurice Muhatia Makumba, Vescovo di Nakuru, riferendo della sua visita alla popolazione colpita dal crollo della diga di Solai, che ha provocato 45 morti e ha lasciato più di 100 persone senza casa .
Nel suo discorso in occasione della Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali, Mons. Muhatia si è rivolto in particolare alle 50 parrocchie della diocesi e a tutte le persone di buona volontà, perché contribuiscano a sostenere gli sforzi della Caritas locale che assiste le vittime della tragedia verificatasi il 9 maggio. Mons. Muhatia ha reso noto che l'ufficio della Caritas coordinerà le attività di raccolta e di distribuzione delle offerte per garantire che giungano effettivamente a chi ne ha bisogno.
Il Vescovo ha poi chiesto alla popolazione di smettere di condividere sui social media le foto dei cadaveri delle vittime della diga di Solai, perché così si causa ancora più dolore ai loro cari. “È un aiuto la condivisione di foto di corpi nudi di bambini e adulti?” ha chiesto Mons. Muhatia, che ha invitato tutti a rispettare la dignità di ogni persona umana, ed ha invece esortato a dare un'immagine positiva di ciò che viene fatto sul terreno. “Chiediamo a Dio di aprire i nostri cuori, perché invece di guardare sempre agli aspetti negativi nella società, possiamo vedere anche il bene che fanno gli altri” ha concluso.
Da marzo il Kenya è flagellato da piogge torrenziali che hanno causato forti danni in diverse aree del Paese e circa 250.000 sfollati.

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AFRICA/SUD SUDAN - Tasse troppo alte: rischiano la chiusura le radio cattoliche

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 11:14
Juba - L’Autorità Nazionale delle Comunicazioni ha imposto tasse annuali molto elevate per la registrazione delle stazioni radiofoniche locali. Si tratta di una sfida importante per tutte le stazioni appartenenti al Catholic Radio Network , in quanto alcune di quelle presenti in Sud Sudan sarebbero costrette a chiudere, non potendo sopportare tali costi. Nel corso di un incontro di coordinamento appena concluso a Juba, padre Elario Bazia Boro, direttore di “Anisa Radio”, emittente nella diocesi cattolica di Tombura-Yambio, ha dichiarato che il Ministero nazionale dell'Informazione ha chiesto a tutte le stazioni dei membri del CRN una tassa di registrazione pari a 5.500 dollari USA all'anno. Nella nota pervenuta a Fides p. Bazia aggiunge che alle radio private viene chiesto di pagare 20 mila dollari americani e alle stazioni radio governative 1.500 dollari.
“Le emittenti della rete CRN sono radio senza scopo di lucro, impegnate principalmente per motivi religiosi e sociali” ha spiegato il direttore, assicurando agli ascoltatori di Anisa Radio a Yambio che il CRN continuerà a discutere con il governo per risolvere amichevolmente la questione.
“Attraverso Radio Anisa, la Caritas del Sud Sudan ha lanciato un appello umanitario per il 2018 a sostegno dei bisognosi” ha ricordato il direttore dell'Organizzazione cattolica per lo sviluppo e la pace nella diocesi di Tombura-Yambio, padre John Ngbapia aggiungendo che alcune diocesi come Torit, Rumbek e Yei, ne hanno già beneficiato. “Altre diocesi che non hanno ancora ricevuto aiuti, tra queste la diocesi di Tombura-Yambio, ne beneficeranno presto”, ha detto p. Ngbapia.
Secondo i partecipanti, nei tre giorni di incontro a Juba è stata ribadita la necessità di rafforzare nelle varie diocesi la campagna per mobilitare fondi favore della Caritas, a sostegno di tanta gente. Attualmente i fondi Caritas Sud Sudan non sono sufficienti per coprire i bisogni di ogni singola diocesi del Paese.
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ASIA/CINA - Nel mese mariano, nuovi operai nelle “vigne più sperdute del Signore”

Fides IT - www.fides.org - Mer, 16/05/2018 - 10:01
Pechino – Affidandosi alla materna intercessione e protezione della Madre celeste, sono stati ordinati nel mese mariano nuovi sacerdoti in Cina continentale: si tratta di “nuovi operai nelle vigne del Signore più sperdute e difficili” come le province di Gui Zhou e Hai Nan. Secondo l’informazione riportate dal sito web di due diocesi cinesi, consultati dall’Agenzia Fides, per la provincia di Hai Nan, un isola di 33,920 Km con 9 milioni di abitanti tra i quali circa 6.000 cattolici, si tratta della terza ordinazione sacerdote della storia. La provincia di Gui Zhou, che è più povera del paese, ha accolto ben 4 nuovi sacerdoti.
Oltre 20 sacerdoti, alcuni seminaristi e decine di suore venute dalla terraferma hanno celebrato insieme ai fedeli della comunità cattolica di Hai Nan lo storico momento: il terzo sacerdote della storia della comunità è un giovane originario dell’arcidiocesi di Xian, della provincia di Shaanxi, ma incardinato alla Prefettura Apostolica di Hai Kou che è capoluogo di Hai Nan. La comunità di Hai Nan è giovane, piccola ma fervente nella fede e nell’attività apostolica e nell’evangelizzazione, grazie alla presenza delle “comunità di base”.
“Quella al sacerdozio è una chiamata che richiede di dedicare la vita intera”, ha detto mons. Paolo Xiao Ze Jiang Arcivescovo dell’arcidiocesi di Gui Yang, capoluogo della provincia di Gui Zhou davanti migliaia fedeli presenti all’ordinazione sacerdotale. Nella provincia di Gui Zhou si trovano l’arcidiocesi di Gui Yang, la diocesi di An Long e Prefettura Apostolica di Shi Qian con oltre 155.000 fedeli e 37 sacerdoti nel complesso. Ora. Come ha detto l’Arcivescovo, “questi nuovi frutti della Parola di Dio, porteranno nuova linfa a tutto il corpo”. Alla fine della celebrazione, i neo consacrati hanno ringraziato per l’accompagnamento spirituale e materiale ricevuto dichiarando “di vivere questo nuovo percorso come cammino verso la santità”.
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AMERICA/NICARAGUA - Al via il “Dialogo nazionale”: la Chiesa è mediatrice e testimone

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 12:36
Managua – La Chiesa cattolica in Nicaragua, attraverso la Conferenza Episcopale , ha annunciato che il “Dialogo nazionale” in Nicaragua inizierà mercoledì 16 maggio. Dandone l’annuncio, il Cardinale Brenes ha sottolineato il ruolo della Chiesa come “mediatrice e testimone”, ma allo stesso tempo ha segnalato il tema da trattare: “l’istituzionalità del paese per andare verso la democratizzazione”. Il Card. Brenes, Arcivescovo di Managua, ha letto il comunicato preparato dai rappresentanti della CEN e ha detto che “le condizioni per il dialogo non sono le migliori, ma il dialogo si svolgerà comunque nel seminario Nuestra Señora de Fátima”. Ieri il Cardinale Brenes ha ricordato che in questo dialogo si devono raggiungere importanti accordi, ma si deve immediatamente fermare la violenza che imperversa per le strade di alcune città.
L’Agenzia Fides aveva pubblicato il contenuto della lettera dei Vescovi al presidente Daniel Ortega, con le quattro condizioni per proseguire nel dialogo: consentire l’ingresso nel Paese alla Commissione interamericana per i diritti umani; fermare l'azione dei corpi paramilitari; far cessare la repressione e dare segni credibili di volontà di dialogo , proprio per accettare di fare da mediatrice in questo Dialogo Nazionale.
Il Cardinale nicaraguense ha aggiunto di essere rattristato dalle notizie degli scontri che si sono verificati nei giorni scorsi a Sébaco e Matagalpa, chiedendo di fermare ogni violenza. Sabato 12, dopo che i Vescovi, al mattina, avevano riproposto l’appello per il dialogo, la vicepresidente Rosario Murillo, moglie di Daniel Ortega, ha risposto alla Conferenza episcopale, accettando le condizioni: “Siamo pronti a concretizzare l’appello al dialogo il più presto possibile, per la tranquillità di tutti i nicaraguensi”. Tuttavia, lo stesso giorno di sabato, le forze speciali hanno compiuto una nuova azione di repressione violenta nella città di Masaya, culla del folclore e dell’artigianato del paese, provocando due vittime e un centinaio di feriti. Domenica 13 maggio, in tante parrocchie, i sacerdoti hanno invitato alla calma, senza tuttavia smettere di continuare a sostenere il popolo che desidera una reale democratizzazione del paese.
Il paese vive ore di tensione e d'incertezza: anche se attraverso i loro rappresentanti, gli studenti e gli imprenditori hanno confermato la loro presenza al tavolo di dialogo, il popolo non si fida delle autorità a causa della continua repressione delle forze militari del governo.
Dal suo profilo Twitter, il Vescovo ausiliare di Managua, Mons. Silvio José Báez, ha rivelato che, malgrado i sacerdoti abbiano continuato a ricevere intimidazioni e minacce telefoniche, “non dobbiamo lasciarci sopraffare dall’emozione, dall’ira o dalla precipitazione irresponsabile, e neppure dalla paura e tanto meno dalla violenza”.
Rimane sempre aperta la questione di invitare, come da molti auspicato, la “Commissione Interamericana per i Diritti Umani” per indagare sugli atti di violenza durante le proteste, che hanno causato la morte di oltre 60 persone.


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AFRICA/NIGERIA - Manifestazione di protesta promossa dai Vescovi contro i massacri di cristiani commessi dai Fulani

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 11:37
Abuja - La Chiesa cattolica in Nigeria ha organizzato una marcia che si terrà il 22 maggio per protestare per i continui massacri di cristiani commessi dai pastori Fulani. Dall’inizio dell’anno più di 100 persone hanno perso la vita in questi attacchi. L’ultimo in ordine di tempo è stato commesso il 24 aprile nella parrocchia di Sant’Ignazio di Ukpor-Mbalom a Mbalom, nella Gwer East Local Government Area nello Stato di Benue .
Secondo un comunicato della Conferenza Episcopale Nigeriana, pervenuto all’Agenzia Fides, la marcia di protesta si terrà a Makurdi, la capitale dello Stato di Benue, che fa parte della cosiddetta Cintura di Mezzo , nel centro della Nigeria che divide il Nord a preponderanza musulmana, dal sud in gran parte abitato da cristiani. Nello stesso giorno si terranno le esequie dei due sacerdoti uccisi il 24 aprile.
Nel comunicato il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Nigeriana, p. Ralph Madu, ha invitato tutte le diocesi del Paese “ad organizzare raduni pacifici o processioni di preghiera o qualsiasi altra dimostrazione appropriata di solidarietà in concomitanza con la manifestazione di protesta a Makurdi”.
P. Madu ha chiesto in ogni caso che il maggior numero possibile di persone si rechi a Makurdi per la dimostrazione nazionale.
"I Vescovi che possono recarsi a Makurdi per la messa funebre, sono incoraggiati a farlo, mentre preghiamo che questa direttiva sia comunicata al clero, ai religiosi e ai fedeli nel modo più efficace possibile” afferma il comunicato.
I Vescovi nigeriani, che a fine aprile si trovavano a Roma per la visita ad limina, avevano emesso un comunicato nel quale si erano detti scioccati e rattristati per il massacro nel quale erano rimasti uccisi i due sacerdoti, ed avevano accusato le autorità dello Stato di non fare tutto il possibile per mettere fine alle violenze, fino al punto di chiedere al Presidente Muhammadu Buhari “di farsi da parte con onore per salvare la nazione dal collasso completo”.



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AMERICA/STATI UNITI - Incontro di Pastorale Ispano/Latina, razzismo e libertà religiosa tra i temi nell’agenda dei Vescovi

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 11:32
Washington - La Conferenza dei Vescovi cattolici degli Stati Uniti ha annunciato che terrà l'Assemblea generale annuale di primavera il 13 e 14 giugno 2018 a Fort Lauderdale, in Florida.
Secondo il comunicato pervenuto all'Agenzia Fides, in quella occasione i Vescovi affronteranno diversi temi, che vanno dalle direttive etiche e religiose per i servizi medico-sanitari cattolici ad una risposta pastorale ai cattolici dell’Asia e del Pacifico che vivono negli Stati Uniti, senza dimenticare la XV Assemblea generale ordinaria del Sinodo dei Vescovi sul tema "Giovani, fede e discernimento vocazionale", che si terrà nel mese di ottobre in Vaticano, e la Giornata Mondiale della Gioventù nel mese di gennaio 2019 a Panama.
Durante l'Assemblea, Mons. Nelson Pérez, Vescovo di Cleveland, presidente della Sottocommissione per la diversità culturale per gli affari ispanici, illutrerà i preparativi per il V Incontro di Pastorale Ispano/Latina, grande evento nazionale che si terrà dal 20 al 23 settembre a Grapevine, in Texas. Finora il cammino preliminare per l'incontro di settembre ha coinvolto centinaia di migliaia di cattolici latini negli incontri locali e regionali svoltisi negli Stati Uniti. Sono circa 3.000 i delegati in rappresentanza delle diocesi di tutto il paese che prenderanno parte al V Incontro di Grapevine.
Mons. Shelton J. Fabre, Vescovo di Houma-Thibodaux, membro della Commissione per gli affari afroamericani della diversità culturale e presidente del Comitato ad hoc contro il razzismo, parlerà in relazione alla Lettera pastorale sul razzismo e presenterà la sua relazione sull’attività di questo comitato. Inoltre l’Arcivescovo di Louisville, Joseph E. Kurtz, presidente del Comitato per la libertà religiosa, commenterà le attività del Comitato, compresa l'iniziativa promozionale: "Servire gli altri nell'amore di Dio: la settimana della libertà religiosa" .
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AFRICA/EGITTO - Tornano in Egitto le spoglie dei “martiri copti di Libia”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 11:17
Samalut – La sera di lunedì 14 maggio campane di chiese e monasteri hanno suonato a distesa in tutto l'Egitto, per celebrare il ritorno in terra egiziana delle spoglie mortali dei 21 cristiani copti, 21 cristiani, “martiri della fede e della Patria”, decapitati in Libia nel 2015 da tagliagole affiliati al sedicente Stato Islamico . Dopo tre anni e tre mesi da quel barbaro eccidio, i resti mortali delle vittime sono stati trasportati in aereo dalla città libica di Misurata al Cairo, dove, al momento dello sbarco, per rendere loro omaggio era presente anche il Patriarca copto ortodosso Tawadros II insieme alla signora Nabila Makram, ministro egiziano per l'immigrazione. Anba Makarios, Vescovo copto ortodosso di Minya, in alcune dichiarazioni riportate dai media egiziani ha dichiarato che la Chiesa copta accoglie con giubilo il ritorno in Egitto dei suoi figli martirizzati in Libia, ringraziando il Signore anche per la loro testimonianza di fede.
I corpi dei “martiri di Libia” verranno portati nel villaggio di al Our, vicino alla città di Samalut, nella provincia di Minya, da dove provenivano 13 deI 21 martirizzati, per essere deposti presso la nuova chiesa-santuario appositamente costruita per custodire la loro memoria 8vedi Fides 9/2/2018), solennemente inaugurata lo scorso 15 febbraio.
I 21 copti egiziani erano stati rapiti in Libia all'inizio di gennaio 2015. Il video della loro decapitazione fu messo in rete dai siti jihadisti il 15 febbraio successivo. Ad appena una settimana dalla notizia del massacro, il Patriarca copto ortodosso Tawadros II decise di iscrivere i 21 martiri sgozzati dal Daesh nel Synaxarium, il libro dei martiri della Chiesa copta, stabilendo che la loro memoria fosse celebrata proprio il 15 febbraio.
I resti mortali dei copti uccisi in Libia dai jihadisti erano stati individuati alla fine dello scorso settembre in una fossa comune sulla costa libica, presso la città di Sirte. I loro corpi erano stati rinvenuti con le mani legate dietro alla schiena, vestiti con le stesse tute color arancione che indossavano nel macabro video filmato dai carnefici al momento della loro decapitazione. Anche le teste dei decapitati erano state ritrovate accanto ai corpi.
Il rimpatrio delle spoglie dei martiri d'Egitto, più volte preannunciato dai media egiziani, ha richiesto più tempo del previsto. Nel frattempo, le analisi del DNA hanno permesso di identificare i singoli corpi dei 21 martiri.
“Il video che ritrae la loro esecuzione - riferì dopo il massacro all'Agenzia Fides Anba Antonios Aziz Mina, Vescovo copto cattolico emerito di Guizeh - è stato costruito come un'agghiacciante messinscena cinematografica, con l'intento di spargere terrore. Eppure, in quel prodotto diabolico della finzione e dell'orrore sanguinario, si vede che alcuni dei martiri, nel momento della loro barbara esecuzione, ripetono ‘Signore Gesù Cristo’. Il nome di Gesù è stata l'ultima parola affiorata sulle loro labbra. Come nella passione dei primi martiri, si sono affidati a Colui che poco dopo li avrebbe accolti. E così hanno celebrato la loro vittoria, la vittoria che nessun carnefice potrà loro togliere. Quel nome sussurrato nell'ultimo istante è stato come il sigillo del loro martirio”. .
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AFRICA/REP. CENTRAFRICANA - La popolazione cristiana e musulmana chiede pace e giustizia

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 10:45
Bangui - Mentre nella Repubblica Centrafricana continua a imperversare la violenza, in particolare a Bangui e inevitabilmente il processo di pace è interrotto, la maggior parte della gente aspira solo alla giustizia e alla pace: “La situazione è davvero complessa – riferisce all’Agenzia Fides un prete locale che chiede l’anonimato -, le aspettative e i bisogni delle persone sono enormi. Come Chiesa, vorremmo continuare a promuovere la cura pastorale della riconciliazione e della ricostruzione integrando missione, fede e vita; dialogo, riconciliazione e convivenza; ricostruzione, promozione sociale e sviluppo umano. Poniamo attenzione all'approfondimento della fede cristiana, della giustizia, del dialogo interreligioso, dell'ecumenismo e dello sviluppo umano. La Chiesa locale è impegnata per riconquistare i cuori a Cristo, ricostruire ponti tra le persone, ricostruire la fiducia, risvegliare la coscienza civica alla libertà religiosa, il rispetto per la vita, per il senso dello Stato, il bene comune e l'interesse generale”.
Nonostante la forte presenza della comunità islamica nel paese, introdotta nel 1870 da commercianti islamici isolati provenienti dai paesi vicini del Nord e dell'Est esistono testimonianze di collaborazione interreligiosa tra cristiani e musulmani che la RCA può offrire al mondo. Molti ricordano l'incontro di Papa Francesco con la comunità islamica nella Moschea centrale di Bangui, il 30 novembre 2015. All’epoca il Santo Padre affermò: “In questi tempi drammatici, i leader religiosi cristiani e musulmani hanno voluto affrontare le sfide del momento. Hanno giocato un ruolo importante nel ripristinare armonia e fraternità tra tutti”.
Questa ricerca di pace avviene nel quadro della ‘Piattaforma delle confessioni religiose dell'Africa centrale’ che riunisce cristiani e musulmani per contribuire a migliorare l'ambiente socio-politico e culturale nella RCA, invocando coesione nazionale e pace.
Con il mandato delle Nazioni Unite, sono stati garantiti finora esiti positivi come la sicurezza per la visita del Santo Padre nel novembre 2015, la tutela dei siti degli sfollati interni, l'interposizione tra i belligeranti, la facilitazione del dialogo, una consultazione regolare con il governo. Il processo di pace nella Repubblica Centrafricana comporta l’interazione di diversi elementi: le elezioni, la missione Onu , la riabilitazione delle forze armate centrafricane, gli accordi di cessate il fuoco, l’istituzione della Corte penale speciale, il Piano nazionale per il recupero e la costruzione della pace.

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AFRICA/REP. CENTRAFRICANA - La popolazione cristiana musulmana chiede pace e giustizia

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 10:45
Bangui - Mentre nella Repubblica Centrafricana continua a imperversare la violenza, in particolare a Bangui e inevitabilmente il processo di pace è interrotto, la maggior parte della gente aspira solo alla giustizia e alla pace: “La situazione è davvero complessa – riferisce all’Agenzia Fides un prete locale che chiede l’anonimato -, le aspettative e i bisogni delle persone sono enormi. Come Chiesa, vorremmo continuare a promuovere la cura pastorale della riconciliazione e della ricostruzione integrando missione, fede e vita; dialogo, riconciliazione e convivenza; ricostruzione, promozione sociale e sviluppo umano. Poniamo attenzione all'approfondimento della fede cristiana, della giustizia, del dialogo interreligioso, dell'ecumenismo e dello sviluppo umano. La Chiesa locale è impegnata per riconquistare i cuori a Cristo, ricostruire ponti tra le persone, ricostruire la fiducia, risvegliare la coscienza civica alla libertà religiosa, il rispetto per la vita, per il senso dello Stato, il bene comune e l'interesse generale”.
Nonostante la forte presenza della comunità islamica nel paese, introdotta nel 1870 da commercianti islamici isolati provenienti dai paesi vicini del Nord e dell'Est esistono testimonianze di collaborazione interreligiosa tra cristiani e musulmani che la RCA può offrire al mondo. Molti ricordano l'incontro di Papa Francesco con la comunità islamica nella Moschea centrale di Bangui, il 30 novembre 2015. All’epoca il Santo Padre affermò: “In questi tempi drammatici, i leader religiosi cristiani e musulmani hanno voluto affrontare le sfide del momento. Hanno giocato un ruolo importante nel ripristinare armonia e fraternità tra tutti”.
Questa ricerca di pace avviene nel quadro della ‘Piattaforma delle confessioni religiose dell'Africa centrale’ che riunisce cristiani e musulmani per contribuire a migliorare l'ambiente socio-politico e culturale nella RCA, invocando coesione nazionale e pace.
Con il mandato delle Nazioni Unite, sono stati garantiti finora esiti positivi come la sicurezza per la visita del Santo Padre nel novembre 2015, la tutela dei siti degli sfollati interni, l'interposizione tra i belligeranti, la facilitazione del dialogo, una consultazione regolare con il governo. Il processo di pace nella Repubblica Centrafricana comporta l’interazione di diversi elementi: le elezioni, la missione Onu , la riabilitazione delle forze armate centrafricane, gli accordi di cessate il fuoco, l’istituzione della Corte penale speciale, il Piano nazionale per il recupero e la costruzione della pace.

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ASIA/TIMOR EST - I cattolici: "Un nuovo governo per lo sviluppo economico e sociale"

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 09:59
Dili - Una coalizione di partiti dell'opposizione, tra i quali quello guidato dallo storico leader Xanana Gusmao, è in vantaggio dopo le elezioni politiche tenutesi l'11 maggio a Timor Est. Secondo lo scrutinio quasi completo, l'Alleanza del cambiamento per il progresso conduce con 34 seggi in Parlamento, che ne ha nel complesso 65. L'Alleanza, coalizione di tre partiti, si presentava contro il Fretilin, partito dell'ex Primo Ministro Mari Alkatiri.
“Se l'AMP otterrà la maggioranza semplice, finirebbero l'impasse politica che finora si è registrata nel paese", commenta all'Agenzia Fides Acacio Pinto, sociologo e analista cattolico di Dili.
La piccola nazione del Sudest asiatico negli ultimi anni è stata caratterizzata da uno stallo politico. Alle elezioni del 2017, infatti, il partito del Fretilin aveva avuto solo lo 0,2% dei voti in più rispetto all’opposizione, e ha formato un governo di minoranza. Il presidente di Timor Est, Francisco Guterres, ha sciolto il Parlamento all'inizio di quest'anno e ha chiesto nuove elezioni, la quinta tornata dall'indipendenza, avvenuta nel 2002.
Oltre 700.000 cittadini timoresi si sono stati registrati per votare nel paese, che ha un territorio leggermente più piccolo delle Hawaii e ospita 1,2 milioni di abitanti, per oltre il 90% cattolici.
La Chiesa cattolica ha dato un contributo alle operazioni elettorali per garantire un voto trasparente e pacifico, inviando oltre 900 osservatori ai seggi elettorali, per il 70% situati in villaggi o sparsi per le campagne.
Ex colonia portoghese, Timor Est fu annessa dall'Indonesia nel 1975 e acquisì l'indipendenza dopo il referendum supervisionato dall’Onu nel 1999. La più giovane democrazia asiatica è in cammino per alleviare la povertà, eliminare la corruzione e sviluppare le sue ricche risorse petrolifere e di gas. Il settore energetico ha rappresentato circa il 60% del PIL nel 2014 e oltre il 90% delle entrate pubbliche. Circa il 60% della popolazione di Timor Est ha meno di 25 anni. Secondo la Banca Mondiale, circa il 40% della popolazione vive in condizioni di povertà. Il nuovo Premier sarà presentato ufficialmente tra due settimane. “Al nuovo esecutivo la gente chiede investimenti per trasporti e infrastrutture, strade, acqua potabile, istruzione, assistenza sanitaria, occupazione per i giovani” rileva Acacio Pinto.
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ASIA/SIRIA - Nomina del Direttore nazionale delle POM, mons. Mounir Saccal

Fides IT - www.fides.org - Mar, 15/05/2018 - 09:23
Città del Vaticano – Il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in data 19 aprile 2018 ha nominato Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie in Siria per un quinquennio , mons. Mounir Saccal, dell’eparchia siro-cattolica di Aleppo.
Il nuovo Direttore nazionale è nato ad Aleppo il 25 febbraio 1957 ed è stato ordinato sacerdote nel 1984. Ha conseguito il Master in filosofia nel 1980 e la Licenza in teologia nel 1984. Nel 1982 ha fondato un movimento scout ed è stato cappellano di diversi movimenti ecclesiali. Nel 1990 ha fondato la Fratellanza di Nostra Signora dell’Assunzione . Per 12 anni è stato Segretario della Conferenza episcopale cattolica di Aleppo; per 8 anni Segretario dell’Assemblea della gerarchia cattolica in Siria; per 18 anni cappellano dell’Equipe Notre Dame; per 25 anni avvocato del Tribunale giuridico di seconda istanza. Ha fondato e diretto per 10 anni il Centro di studi teologici approfonditi . Dal 2015 è Presidente del Tribunale cattolico inter-rituale di prima istanza e dal 2016 Vicario generale.
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ASIA/INDONESIA - I Vescovi: “Attentati contro la convivenza e il pluralismo”

Fides IT - www.fides.org - Lun, 14/05/2018 - 12:59
Giacarta – “I Vescovi indonesiani sono scioccati, hanno espresso forte disappunto e solidarietà verso le famiglie delle persone morte e ferite. E’ traumatico sapere che a colpire è stata una intera famiglia di attentatori: cosa iniettiamo nelle menti dei bambini? Li si educa all'estremismo? Questo è l'interrogativo più profondo che questi attacchi portano con sè”: lo dice all’Agenzia Fides p. Siprianus Hormat, Segretario esecutivo della Conferenza episcopale dell’Indonesia, riportando il pensiero dell’episcopato cattolico indonesiano dopo i tre attentati che hanno colpito ieri, 13 maggio, una chiesa cattolica e due protestanti a Surabaya, città sull’isola di Giava, seconda per grandezza dopo la capitale Giacarta.
P. Hormat rileva a Fides: “L’obiettivo primario erano i posti di polizia ma, in seconda battuta, essendo quelli ben difesi, si è scelto di attaccare le chiese. Si vuole colpire così la convivenza e il pluralismo, bene primario della società indonesiana, e si cerca visibilità in tutto il mondo. I Vescovi indonesiani sono molto impegnati sul versante del dialogo interreligioso, e in queste ore si sta pensando a iniziative comuni, tra leader cristiani e musulmani, per stigmatizzare violenza, odio, e terrorismo. La società deve restare unita e respingere queste forze malvagie”.
Il Segretario conclude: “Oggi viviamo tensione e paura, ma la Chiesa cattolica in Indonesia nutre piena fiducia nel Presidente, nelle istituzioni pubbliche, nell’intera società, per poter fermare l'estremismo, che vuole avvelenare la società. A Surabaya ieri sera le messe sono state cancellate, ma i cristiani non si lasciano intimidire: crediamo e lavoriamo per il dialogo e la fraternità verso tutti. L’Indonesia non lascerà che le forze del male distruggano la convivenza e la democrazia”.
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ASIA/IRAQ - Nihil obstat della Santa Sede al processo per riconoscere il martirio di padre Raghiid Ganni e dei tre diaconi uccisi nel 2007

Fides IT - www.fides.org - Lun, 14/05/2018 - 12:54
Mosul – La Congregazione per le Cause dei Santi ha concesso il Nihil Obstat necessario per iniziare il processo di canonizzazione del sacerdote caldeo iracheno Raghiid Ganni e dei tre diaconi – Basman Yousef Daud, Wahid Hanna Isho e Gassan Isam Bidawid – uccisi il 3 giugno 2007 da un commando di uomini armati a Mosul, presso la chiesa caldea dedicata allo Spirito Santo. Con una lettera, firmata lo scorso 1° marzo dal cardinale Angelo Amato e dall'Arcivescovo Marcello Bartolucci , viene confermato che non c'è nessun ostacolo a iniziare il processo di canonizzazione per proclamare santi padre Ganni e i tre diaconi uccisi con lui, secondo le procedure previste. La lettera, rilanciata dai media ufficiali del Patriarcato caldeo, fa riferimento alla richiesta avanzata nel novembre 2017 da Francis Yohana Kalabat, Vescovo dell'eparchia caldea di San Tommaso Apostolo a Detroit. Fonti locali confermano all'Agenzia Fides che la competenza della Causa di canonizzazione, con le dovute autorizzazioni da parte della Santa Sede, è stata trasferita dall'arcieparchia caldea di Mosul all'eparchia caldea con sede a Detroit, negli Stati Uniti d'America. L'instabilità delle regioni nord-irachene e la condizione difficile in cui si trova l'arcieparchia caldea di Mosul dopo gli anni di occupazione jihadista di quella metropoli evidentemente rendono ancora difficile poter condurre in loco un processo di canonizzazione nel rispetto delle procedure richieste, anche riguardo alla raccolta delle testimonianze.
La Causa di canonizzazione che potrà dichiarare beati padre Ganni e i tre diaconi uccisi insieme a lui verrà introdotta “pro martirio in odium fidei”, e dovrà verificare e attestare che i quattro beatificandi sono martiri trucidati dai loro carnefici a causa della propria fede in Cristo.
Il martirio di padre Ganni e dei tre diaconi avvenne nella domenica di Pentecoste, presso la chiesa caldea dedicata allo Spirito santo, dopo la celebrazione della Santa Messa.
Nella vita di padre Raghiid Ganni – ha detto una volta don Fabio Rosini, direttore del Servizio per le vocazioni della diocesi di Roma “si è realizzato qualcosa che solo la grazia può compiere... Noi” ha aggiunto il sacerdote romano “pensiamo umanamente che abbiamo di fronte un eroe, cioè qualcuno capace di fare qualcosa di straordinario, ma così corriamo il pericolo di trasformare il cristianesimo in eroismo. Un martire non è un eroe, ma un testimone. Lo si riconosce se in lui opera la grazia. Nella Chiesa gli eroi creano problemi e spaccature, personalismi, perché parlano di sé. I martiri invece parlano di Cristo, portano la sua testimonianza”. .
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