ASIA/PAKISTAN - Lezioni di Corano obbligatorie a scuola: minoranze religiose preoccupate

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 12:52
Lahore - La comunità cristiana in Punjab e le altre minoranze religiose sono preoccupate per il nuovo disegno di legge approvato dall'Assembea legislativa in Punjab, che prevede l'insegnamento obbligatorio della Legge islamica e del Corano in tutte le scuole e le università della provincia del Punjab. Il disegno di legge è stato presentato a gennaio ed approvato dal Parlamento regionale del Punjab il 4 maggio.
La legge afferma, nei suoi obiettivi, quelli di "far comprendere il messaggio, incoraggiare pace e sicurezza, promuovere i valori supremi di verità, onestà, integrità, tolleranza, comprensione del prossimo". Il testo prescrive ai bambini della scuola elementare di recitare le Scritture del Corano in arabo, mentre ai bambini del ciclo successivo sarà richiesto di recitare il Corano insieme alla traduzione in urdu. Secondo i promotori della legge, del partito "Jamaat-e-Islami", in tal modo lo Stato terrà fede alla sua responsabilità costituzionale: all'articolo 31 della Costituzione si afferma che "lo Stato si sforza di rendere obbligatori gli insegnamenti del Santo Corano e della legge islamica".
I cristiani hanno espresso il loro disappunto. Nasir Saeed, attivista cristiano dell'Ong "CLAAS", afferma a Fides: "Per le minoranze religiose, in particolare per i cristiani che vivono in gran numero nel Punjab, sarà problematico: i loro diritti fondamentali sono totalmente ignorati. Nessun programma alternativo è stato annunciato per gli studenti non musulmani del Punjab: è necessario farlo subito".
Prosegue Saeed: "Rendere obbligatorio l'insegnamento del Corano nelle scuole pubbliche, e farlo contro la volontà degli studenti non musulmani e dei loro genitori, avrà un impatto negativo su tutto il sistema educativo. Promuoverà il bigottismo e l'odio contro i non-musulmani nella società pakistana, un fenomeno che è in aumento. Lo stato ha il dovere di promuovere la libertà di religione e di credo, e di introdurre un programma diverso per gli studenti di altre religioni".
L'attivista nota anche che, su 11 parlamentari membri delle minoranze religiose nell'assemblea del Punjab , nessuno finora ha alzato la voce o ha chiesto tempestivamente di introdurre un programma alternativo per gli studenti non musulmani.
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ASIA/INDIA - "Essere persone della Caritas significa essere persone della Buona Novella"

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 12:24
New Delhi - "La Caritas è la gioia del servizio, la Caritas è un servizio di gioia. La Caritas India è l'organo di tutta la Chiesa cattolica per esprimere concretamente la nostra carità. E, come dice la Deus Caritas Est di Benedetto XVI, essere persone della Caritas significa essere persone della Buona Novella, persone che comunicano l'amore di Dio": lo ha detto il Presidente della Caritas, il Vescovo Lumen Monteiro, in una recente celebrazione a Nuova Delhi, in cui l'organismo cattolico ha presnetato la sua nuova leadership, alla presenza di mons. Theodore Mascarenhas, Segretario generale della Conferenza episcopale indiana .
Come appreso da Fides, p. Paul Moonjely, il nuovo direttore esecutivo della Caritas India e il suo assistente p. Jolly Puthenpura, hanno prestato giuramento durante una solenne liturgia. P. Moonjely ha detto: "Il mio servizizio sarà come quello della luna rispetto al sole. Anch'io potrò splendere luminoso solo con la grazia dell'Onnipotente e con il tuo sostegno. Cercherò di essere un diakonos, un servitore fedele e umile e un amministratore del ministero. Dichiaro la mia semplice fede nel Signore. Come dice San Paolo: tutto posso in Cristo che mi rdà la forza". Fr. Puthenpura ha rimarcato: "Caritas India è chiamata a crescere nel servizio ai poveri del nostro paese e alle loro situazioni di vita. Incontrarli con solidarietà, abbracciarli con affetto e far sentire loro il calore dell'amore cristiano, espresso nel servizio e nella cura verso chi soffre".
Rivolgendosi ai nuovi leader della Caritas, mons. Theodore Mascarenhas ha espresso piena fiducia nella nuova direzione della Caritas, raccomandando di "seguire sempre la guida e la luce del Signore".
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AFRICA/NIGERIA - Disuguaglianze nel mondo del lavoro e corruzione: urge rimettere al centro la dignità della persona

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 11:51
Abuja – “Il lavoro non è una merce qualsiasi, e la dignità della persona del lavoratore è sempre il criterio primo di valutazione, come insegna la Dottrina sociale della Chiesa. Il lavoro conferma la profonda identità dell'uomo creato a immagine e somiglianza di Dio”: lo dice all’Agenzia Fides padre Joseph Tile Nomhwange, della Società Missioni Africane in Nigeria, ricordando che il 1° maggio tutto il mondo ha festeggiato la Giornata dei lavoratori. “Dovrebbe essere una celebrazione dell’impegno collettivo per rendere abitabile il mondo in cui viviamo, oltre che della possibilità di essere in grado di prendersi cura delle rispettive famiglie. Purtroppo, - continua il sacerdote - per molti paesi, come nel caso della Nigeria, è diventato un giorno di protesta, un promemoria della crescente disperazione e, per alcune persone, una giornata internazionale di rimpianti”.

In Nigeria quest'anno, i lavoratori hanno ascoltato i discorsi della leadership del Nigerian Labor Congress e del Governo. La sequenza è stata sempre la stessa: i sindacati hanno rinnovato i loro voti per proteggere l'interesse dei lavoratori, e il governo ha risposto promettendo giorni migliori. “Al termine delle celebrazioni, i leader dell'Unione sono scappati a bordo delle auto che gli operai hanno pagato attraverso le quote sindacali e gli ufficiali del governo hanno fatto altrettanto con quelle che i lavoratori hanno pagato con le tasse. A rimetterci sono stati i lavoratori rientrati a casa con le stesse vecchie tristi storie di cattive condizioni lavorative, diritti calpestati, scarsa retribuzione e stipendi non pagati”, nota il missionario.

“Il costo della vita continua a salire mentre il salario minimo è rimasto fisso. Tuttavia, questo rimane l'ultimo dei problemi per molti lavoratori poiché in quasi tutti i 36 Stati della Nigeria, i lavoratori arrivano ad accumulare fino a dieci mesi di stipendi arretrati”, osserva.

“Quando gli insegnanti non sono pagati - sottolinea padre Joseph - il sistema educativo ne risente; quando altri funzionari pubblici non vengono pagati, la lotta alla corruzione inizia a combattere se stessa incoraggiandola. Il problema non è limitato ai soli lavoratori ma ai pensionati che a volte muoiono in povertà dopo aver lavorato per il governo per così tanti anni. Il messaggio che il governo sta inviando involontariamente è che ‘dovresti ottenere ciò che puoi, quando e dove e comunque puoi ottenerlo da solo’, incoraggiando così ad una bassa produttività e alta corruzione. Quest'anno, l’obiettivo principale della celebrazione nel Paese africano era rivolto all’aumento del salario minimo dei lavoratori. Rappresentato dal vicepresidente Yemi Osinbajo, il presidente Muhammadu Buhari ha assicurato ai lavoratori un netto progresso economico. Rivolgendosi alla popolazione ha detto: ‘crediamo che il peggio sia passato per la Nigeria’.

“Ma, con l’aumento del costo della vita, possiamo considerare giusto il salario con cui crescere una famiglia? È un salario di sussistenza in termini di praticità? E infine, può essere giustificato con ciò che i legislatori e gli altri politici continuano ad avere salari spropositati?”. Per questo, nella società nigeriana, conclude, una riflessione sul senso e sul significato del lavoro dovrebbe generare una revisione delle coscienze e una generale riforma improntata a principi di equità e difesa della dignità di tutti i lavoratori.

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AMERICA/BRASILE - La visita dei missionari alle comunità dell’Amazzonia: “momento di festa e di gioia"

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 11:25
São Gabriel da Cachoeira – “In molte comunità dell'Amazzonia, la presenza del sacerdote si riduce a una o due volte l'anno, il che rende l'arrivo dei missionari non solo un momento sacramentale, ma anche un giorno di festa, per la presenza di un rappresentante ecclesiale che condivide con la gente ciò che è quotidiano per loro”. Lo afferma all’Agenzia Fides padre Luis Miguel Modino, missionario spagnolo Fidei donum che lavora tra le comunità dell’Alto Río Negro, che fanno parte della diocesi di São Gabriel da Cachoeira, nella regione di confine tra Brasile, Colombia e Venezuela.
“Le cosiddette ‘itineranze’ attualizzano il modo di vita della Chiesa primitiva, in cui gli apostoli e i loro inviati portavano la gioia del Vangelo in tutti i luoghi” prosegue padre Luis Miguel, aggiungendo che "sono comunità che vivono la loro fede partendo da un sentimento che scaturisce dalla propria esperienza di vita e che insegna a scoprire un modo di mettersi in relazione con Dio che non aderisce ai parametri razionali".
Questo sperimentano i missionari che visitano queste comunità durante l'esperienza degli ‘itinerari’, specialmente quando arrivano per la prima volta. Eurides Alves de Oliveira, religiosa della Congregazione del Cuore Immacolato di Maria, che ha accompagnato p. Modino in uno dei suoi ultimi itinerari lungo il Rio Negro, sottolinea a Fides che visitare le comunità è "un'esperienza unica di convivenza". La suora dice di essere stata "contenta della semplicità e della capacità di accogliere e condividere delle persone, che nonostante il poco che hanno, vivono l'esperienza della gratuità".
Nelle comunità indigene dell'Alto Río Negro, afferma la religiosa, "si scopre una fede pura e originale", e si conferma "che il Regno di Dio appartiene ai piccoli e diventa una realtà in piccoli gesti, come pregare, ascoltare, osservare, celebrare insieme".
Un elemento che la religiosa evidenzia è "la presenza di molti bambini, e tutti vanno a scuola", ma allo stesso tempo, esprime a Fides la sua preoccupazione "per quello che potrebbe essere il futuro di questa generazione". Non si può dimenticare che si tratta di luoghi in cui "esistono dinamiche di vita differenti, che si esprimono nel modo proprio di misurare e comprendere il tempo, o nel fatto che i fiumi sono l'unico mezzo per spostarsi".
La religiosa, dopo aver conosciuto queste comunità, spiega a Fides che “questo è il luogo dove deve stare la Chiesa, dove vive la gente". In questo senso, esiste una “sfida culturale per l'evangelizzazione, nata da una visione del mondo molto diversa, che si concretizza nella necessità di evangelizzare partendo dalla cultura del popolo stesso". Infine, in una realtà in cui la presenza del sacerdote è saltuaria, la missionaria evidenzia "la dedizione dei leader e dei catechisti affinché la comunità rimanga viva".
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AFRICA/BURUNDI - “Salvaguardate la pace e l’unità”: appello dei Vescovi in vista del referendum costituzionale del 17 maggio

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 11:22
Bujumbura - “Esortiamo tutti i Burundesi a salvaguardare l’unità e la pace” scrivono i Vescovi del Burundi in un comunicato sul referendum costituzionale del 17 maggio, che riguarda la riforma costituzionale per aumentare la durata del mandato presidenziale da 5 a 7 anni, con non più di due mandati consecutivi ricoperti dalla stessa persona. La riforma sta suscitando forti contrasti, perché gli oppositori la considerano un espediente del Presidente Pierre Nkurunziza per rimanere al potere per altri 15 anni .
Ricordando la svolta democratica impressa dagli Accordi di pace di Arusha che hanno messo fine alla guerra civile, i Vescovi sottolineano che dal 2015 la democrazia è in crisi. In quell’anno infatti il Presidente Nkurunziza si è presentato alle elezioni per ottenere un terzo mandato in violazione della Costituzione e degli stessi Accordi di Arusha, provocando una gravissima crisi politica, istituzionale, sociale ed economica, che ha spinto milioni di burundesi a rifugiarsi nei Paesi vicini.
La nuova riforma della Costituzione, secondo i Vescovi, va contro la stessa Carta Costituzionale. “In effetti, è discutibile se le disposizioni dell'articolo 299 della Costituzione che attualmente ci governa siano state prese in considerazione. Questo articolo stabilisce che nessuna procedura di revisione può essere applicata se mina l'unità nazionale, la coesione del popolo burundese o la riconciliazione. Secondo quanto possiamo vedere, invece di unire i burundesi, il lavoro svolto e la bozza di Costituzione risultante sembrano aver esacerbato le divergenze. A nostro parere, come abbiamo già detto, il momento non era opportuno per un profondo emendamento della Costituzione” afferma il comunicato inviato all’Agenzia Fides.
Nel concludere la dichiarazione, i Vescovi esortano i Burundesi a non farsi prendere dal panico: “Le elezioni passano e la vita va avanti. Qualunque sia il risultato, se vince il "SÌ", saremo governati dalla nuova Costituzione, se vince il "NO", manterremo quella che attualmente ci governa. Ciò che conta è che i burundesi rimangano uniti, che si preoccupino di salvaguardare la pace e cerchino di far avanzare la democrazia”.
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ASIA/TURCHIA - Il pastore evangelico Brunson accusato anche di aver sostenuto la creazione di uno “Stato curdo cristiano”

Fides IT - www.fides.org - Mer, 09/05/2018 - 11:16
Izmir – Tra le nuove, esorbitanti accuse rivolte contro il pastore evangelico statunitense Andrew Craig Brunson, messo sotto processo dalle autorità giudiziarie turche per presunte connivenze con reti e forze accusate di atti terroristici e trame sovversive contro la Turchia, è spuntata anche quella di prefigurare la nascita di un fantomatico “Stato curdo cristiano” destinato a occupare anche parte del territorio turco. A rivolgere tale accusa contro Brunson, alla ripresa del processo che lo vede imputato presso il tribunale di Izmir, è stato un testimone segreto indicato con il nome in codice “Serhat”, ascoltato dai giudici durante l'ultima udienza processuale. Secondo quanto riportato da diversi media turchi, il nuovo testimone ha sostenuto che il pastore statunitense avrebbe fatto riferimento a preparativi di guerra per favorire l'instaurazione di un nuovo Stato curdo-cristiano nel prossimo futuro.
La nuova accusa si va ad aggiungere alle altre imputazioni già rivolte contro il pastore statunitense, la cui vicenda è entrata a pieno titolo nella lista delle questioni che negli ultimi tempi hanno fatto crescere la tensione tra governo turco e amministrazione USA.
Brunson è detenuto in Turchia con l'accusa di connivenza con Hizmet, l'organizzazione del predicatore islamico turco Fetullah Gulen, indicato da Ankara come l'ispiratore del fallito golpe del 15 luglio 2016. Nel corso del tempo la lista delle imputazioni rivolte contro di lui è andata lievitando, fino a comprendere anche l'accusa di fiancheggiamento nei confronti del Partito dei lavoratori del Kurdistan, considerato come “organizzazione terroristica” sia dalla Turchia che dagli USA.
Andrew Craig Brunson, responsabile della chiesa evangelica della Resurrezione a Izmir , era stato convocato dall'ufficio turco dell'immigrazione nell'ottobre 2016, insieme alla moglie, Lyn Norine . Alla coppia era stato inizialmente comunicato l'obbligo di lasciare la Turchia, giustificando tale misura con l'accusa vaga di aver ricevuto fondi dall'estero per finanziare iniziative missionarie e di aver messo a rischio la sicurezza del Paese con le loro attività. Successivamente la stampa turca ha riferito che per il pastore evangelico il decreto di espulsione si era trasformato in arresto, dopo che un testimone segreto lo aveva accusato di appartenere al cosiddetto FETO . In carcere, Brunson aveva ricevuto le visite di alti esponenti dell'ambasciata USA in Turchia, e anche il Presidente USA Donald Trump aveva richiesto la liberazione del pastore evangelico durante l'incontro avuto nel maggio 2017 alla Casa Bianca con il Presidente turco Erdogan. Lo scorso agosto, dopo l'intervento di Trump, Brunson era stato accusato di crimini ancora più gravi di quelli a lui attribuiti in passato, ed era stato trasferito in un carcere di massima sicurezza, dove sono detenuti alcuni accusati di essere tra i massimi responsabili del fallito golpe del 2016. Poi, lo scorso 28 settembre, lo stesso Erdogan si era dichiarato disposto a liberare il pastore evangelico USA solo se in cambio le autorità statunitensi consegneranno alla Turchia Fethullah Gulen, esule negli USA dal 1999.
Il processo a Brunson, per il quale l'accusa chiede la condanna a 36 anni di prigione, è ripreso nei giorni scorsi, dopo che la prima seduta si era svolta lo scorso 16 aprile. In quell'occasione, dopo una sessione di 13 ore disseminata di video-testimonianze rese da misteriosi "testimoni segreti" - le cui voci talvolta venivano camuffate quasi al punto di risultare indecifrabili -, la corte ha aggiornato la procedura processuale, rinviandola di tre settimane. Alle udienze, il pastore Brunson – attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza, dove sono incarcerati anche alcuni accusati di essere tra i massimi responsabili del fallito golpe del 2016 – e apparso molto dimagrito. .
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ASIA/IRAQ - Elezioni, il Patriarca caldeo: non si può “silenziare” la Chiesa quando offre il suo contributo al bene comune

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 13:26
Baghdad - La Chiesa non interviene direttamente sul terreno della politica. Ma non può essere silenziata quando interviene in merito a questioni e emergenze cruciali per la vita del popolo e del Paese. Lo ha ribadito con forza il Patriarca caldeo Louis Raphael Sako, rispondendo agli argomenti di alcuni critici che nei giorni scorsi lo avevano accusato di intervenire indebitamente su questioni politiche, nel clima incandescente che precede le prossime elezioni legislative di sabato 12 maggio. In un messaggio diffuso dai canali ufficiali del Patriarcato, il Patriarca Sako ha riaffermato il diritto degli uomini di Chiesa a intervenire in merito alle questioni che toccano la vita della collettività, esercitando un ruolo positivo “a sostegno della coesione nazionale, a tutela dei diritti e delle le libertà della persona”, per favorire il radicarsi di un autentico Stato di diritto, del principio di cittadinanza.
Nei giorni scorsi, il Patriarca caldeo aveva dichiarato pubblicamente che molte delle piccole formazioni politiche animate da dirigenti e militanti cristiani che prenderanno parte alla prossima competizione elettorale sono in realtà etero-dirette da gruppi politici curdi o sciiti ben più influenti. Alcuni esponenti locali delle piccole liste di impronta cristiana avevano reagito negativamente alle affermazioni del Patriarca, bollandole come una indebita ingerenza clericale nelle questioni temporali. Il Patriarca, nel suo messaggio, fa notare che tali critiche finiscono per avere come reale bersaglio la sensibilità e la sollecitudine sociale che la Chiesa ha sempre manifestato per la vita concreta dei popoli e delle nazioni. Agenzia Fides 8/5/2018).
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ASIA/PAKISTAN - La prima suora cattolica della tribù Kacchi Kohli

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 13:05
Hyderabad - La Chiesa cattolica in Pakistan ha accolto la prima suora della tribù Kacchi Kohli, dopo 70 anni di missione tra quelle popolazioni tribali stanziate in Sindh. Qui i frati francescani olandesi iniziano il loro ministero di apostolato tra i gruppi tribali nel 1940, sotto la guida di p. Farman OFM e con il sostegno di due catechisti.
Suor Anita Maryam Mansingh, della congregazione della Presentazione della Beata Vergine Maria , ha emesso i voti perpetui insieme con un'altra suora in una celebrazione tenutasi nei giorni scorsi al Centro Culturale e Educativo Joti della diocesi cattolica di Hyderabad. Suo zio, p. Mohan Victor OFM, è stato il primo prete cattolico e frate francescano proveniente dallo stesso gruppo tribale dei Kacchi Kohli.
Sr. Anita è nata l'8 settembre 1989 a Tando Allahyar, piccola città vicino a Mirpur Khas, e si è unita alla comunità religiosa delle suore della Presentazione nel settembre 2008 dopo aver completato gli studi universitari in scienze dell'educazione. Ha emesso la sua professione temporanea il 14 settembre 2011. Durante il periodo della sua formazione ha lavorato in diverse comunità a Rawalpindi e Hyderabad .
Parlando a Fides, suor Anita ha detto: "Mio zio p. Mohan Victor mi ha ispirato a scegliere la vita religiosa e mi ha aiutato a discernere la mia vocazione. So che oggi intercede per me dal cielo. Sono grata ai miei genitori e ai fratelli per avermi sempre supportato in questa scelta".
Le Suore della Presentazione hanno iniziato il loro apostolato a Rawalpindi nel 1895. Un gruppo di suore venne da Chennai e aprì delle scuole per servire i bambini dei soldati britannici e irlandesi. Oggi ci sono 60 suore della congregazione impegnate in Pakistan nel campo dell'educazione, dell'assistenza sanitaria e del lavoro pastorale.
Il Vescovo Samson Shukardin, che guida la diocesi cattolica di Hyderabad, dichiara a Fides : "È un momento di gioia vedere una suora cattolica della tribù Kacchi Kohli. Il popolo tribale esprime la bellezza della nostra Chiesa in Sindh. Incoraggio le monache ad essere una speranza per le persone abbandonate e più vulnerabili. Le ringrazio soprattutto per il servizio che offrono, fornendo un'istruzione di qualità al popolo del Pakistan nelle province di Sindh, Punjab e Khyber Pakhtunkhwa, verso allievi di ogni cultura, religione, etnia" .
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ASIA/INDONESIA - Appuntamenti politici in vista: i cattolici in Indonesia sostengono la Pancasila

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 12:21
Giacarta - Il 2018 è un anno importante per la situazione politica in Indonesia. I cittadini parteciperanno a due eventi politici: in primo luogo, le elezioni amministrative, in tutte le regioni; in secondo luogo, ci sarà la registrazione e la presentazione dei candidati per le elezioni presidenziali del 2019. Come appreso dall'Agenzia Fides, in vista di tali importanti eventi che toccano la vita civile della nazione, i cattolici indonesiani, in diverse aree della composita nazione, organizzano varie iniziative e attività che mirano a sostenere la "Pancasila", ovvero la "Carta dei cinque principi" che è alla base della nazione.
Nell'Arcidiocesi di Giacarta tutte le attività religiose e sociali sono improntate al tema pastorale scelto per il 2018: "Praticare la Pancasila: siamo diversi, siamo indonesiani". Il 27 aprile, ad una celebrazione pasquale organizzata dalla Chiesa, si sono uniti vari fedeli musulmani, mentre a Semarang in una manifestazione pubblica, i fedeli hanno ribadito il sostegno alla Pancasila. A Manado molte parrocchie hanno partecipato al corteo del 30 aprile e a un raduno per la solenne apertura del 150° anniversario del Giubileo della Chiesa cattolica nella diocesi di Manado. In tutti questi eventi i cristiani indonesiani hanno portato bandiere indonesiane e gli emblemi dello stato, ribadendo il loro sentimento e il loro spirito di essere pienamente indonesiani, fedeli alle radici della nazione, e pienamente cristiani.
In questo quadro, nei giorni scorsi si è tenuto il primo meeting nazionale di coordinamento del "Vox Point Institute" , associazione laicale cattolica, con la partecipazione di rappresentanti da tutta la nazione, riunitisi a Jakarta dal 29 aprile al 1 maggio, sul tema "Nello spirito della Pancasila, preservare la diversità". Nella dichiarazione finale del meeting, inviata all'Agenzia Fides, si afferma che Vox Point cercherà di individuare possibili candidati tra i cattolici che hanno integrità, qualità e fermezza nel tutelare la Pancasila. 
Nell'affrontare le elezioni regionali del 2018 e le elezioni presidenziali del 2019, "noi laici respingiamo fermamente le campagne che strumentalizzano le questioni di etnia e religione e propagano discorsi di odio, notizie false e intimidazioni; respingiamo le mobilitazioni che generano paura e intimidazione degli elettori e anche i tentativi di indebolire o perfino sostituire l'ideologia della Pancasila. Parteciperemo attivamente al dialogo con vari gruppi della società". Ribadendo l'intento di " coltivare atteggiamenti politici dignitosi, equi, pacifici, onesti, trasparenti, per promuovere l'unità nazionale", la dichiarazione dice: "Chiediamo a tutti i cittadini di usare il loro diritto di voto con consapevolezza e esortiamo i governi locali, le forze dell'ordine, le altre istituzioni a contrastare i movimenti che oscurano la Pancasila".
Il testo ricorda il motto dell'eroe nazionale, il Gesuita Albertus Soegijapranata SJ, quando affermava di essere "al 100% cattolico e al 100% indonesiano", e propone percorsi per rafforzare la chiamata a essere "sale e luce del mondo".
La VPI è stata ufficialmente creata nel 2016, come forum per i laici cattolici che intendono promuovere e coinvolgersi in attività socio-politiche in Indonesia. Nella messa celebrata al meeting, l'Arcivescovo Ignazio Suharyo, che guida l'arcidiocesi di Giacarta, ha affermato: "Con le nostre forze non saremo in grado di affrontare questa grande sfida. Confidiamo nell'aiuto e nella grazia di Dio. Siamo impegnati a costruire la fratellanza e a realizzare una convivenza giusta e pacifica, coltivando i valori dell'unità nella diversità, secondo la Pancasila".
I cinque principi che formano la Pancasila e che ispirano la Costituzione indonesiana sono: fede nell'unico e solo Dio; giustizia e civiltà umana; unità dell'Indonesia; democrazia guidata dalla saggezza interiore; giustizia sociale per tutto il popolo.
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EUROPA/ITALIA - I Camilliani, martiri della carità e del servizio agli ammalati

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 11:42
Roma - Il 2 febbraio 1994, l'Ordine dei Ministri degli Infermi istituì ufficialmente il 25 maggio la “Giornata dei Martiri religiosi della Carità”, in concomitanza con l’anniversario della nascita di San Camillo de Lellis. Si tratta di una commemorazione degli oltre 300 Camilliani, seminaristi, oblati, novizi, fratelli e sacerdoti, morti nel servire le vittime delle pestilenze in Italia, Spagna, Ungheria e Croazia durante i primi quattro secoli della vita dell'Ordine. “Una testimonianza esemplare del ‘quarto voto dei Camilliani’, cioè servizio agli ammalati anche a rischio della propria vita” ha raccontato all’Agenzia Fides padre Aris Miranda.

Il sacerdote Camilliano, che è Direttore esecutivo della Fondazione Camillian Disaster Service International , un’organizzazione umanitaria e di sviluppo senza scopo di lucro dei MI, ci tiene a precisare che “la Fondazione ha deciso di celebrare questo Giorno, per ricordare l'entusiasmo e la disponibilità dei nostri confratelli ad accettare la morte nel servire gli ammalati che hanno in qualche modo influenzato il nostro modo di testimoniare oggi. Lavoriamo in collaborazione con le Chiese locali e con organizzazioni associate , rispondendo ai problemi immediati delle popolazioni. Intervenendo nelle aree colpite da disastri naturali, ci occupiamo di quattro aree: Relief, Rehabilitation, Resiliency, Rights”.

“In secondo luogo - ha detto ancora padre Aris - vogliamo celebrare i valori di solidarietà, impegno, generosità, abnegazione, amore fraterno e l’opzione preferenziale per i poveri che animano il nostro ministero.”

In occasione di tale celebrazione, CADIS ha organizzato un Convegno, presso la Curia Generalizia dei Camilliani il prossimo 25 maggio 2018, con il proposito di condividere la propria visione e missione in una cornice di continuità storica rispetto alla chiamata e allo spirito del quarto voto camilliano. La Fondazione Camillian Disaster Service International è un’organizzazione umanitaria e di sviluppo senza scopo di lucro dell’Ordine dei Ministri degli Infermi . La Fondazione supporta la missione globale di testimonianza della misericordia e compassione di Cristo ai malati, sofferenti e alle popolazioni più vulnerabili.



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AMERICA - I Vescovi Latinoamericani creano “ponti di solidarietà” per aiutare gli emigrati venezuelani

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 11:06
Città del Vaticano – “Ponti di solidarietà - Piano pastorale integrato per aiutare i migranti venezuelani in Sud America” è il nome del progetto presentato ieri, 7 maggio, nella sala stampa vaticana, che è stato preparato da otto Conferenze Episcopali del Sud America con la collaborazione della Sezione Migranti e Rifugiati del Dicastero per il Servizio allo sviluppo umano integrale. Il piano mira ad accogliere, proteggere, promuovere e integrare i venezuelani che sono costretti ad emigrare, accompagnandoli in ogni fase del loro viaggio, dalla partenza all'arrivo, e anche nel loro possibile ritorno a casa.
Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni a causa della crisi politica ed economica, negli ultimi 2 anni centinaia di migliaia di venezuelani sono fuggiti nei paesi vicini e in questo periodo ci sono state molte iniziative delle Chiese particolari in loro difesa e aiuto .
“È una situazione che spinge molti venezuelani a trovare il modo di alleviare le loro sofferenze andando in un altro paese - ha affermato p. Arturo Sosa, Superiore generale della Compagnia di Gesù dopo la conferenza stampa - ecco perché questo progetto delle 8 Conferenze episcopali è un vero gesto di solidarietà molto importante... In questo momento i venezuelani hanno bisogno di aiuto e questo è un modo di contribuire, vedere la sofferenza delle persone e cercare di trovare il modo per dare loro un sostegno".
Le Conferenze Episcopali di Brasile, Colombia, Ecuador, Cile, Perù, Bolivia, Paraguay e Argentina, con questo piano intendono fornire servizi di accoglienza per i migranti più vulnerabili, aiutandoli a trovare alloggio e lavoro, ma soprattutto, come sottolinea p. Sosa, "integrazione nella società che raggiungono" perché questo è molto importante. Il piano sarà lanciato nei prossimi giorni e avrà una durata iniziale di due anni, sarà anche rivolto alle persone più vulnerabili già presenti in ciascuno degli otto paesi ospitanti e si spera che possa fungere da modello per altre nazioni che vivono problemi simili legati alla migrazione.
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AFRICA/CENTRAFRICA - “Don Albert, un pastore stimato per la sua azione per la riconciliazione tra cristiani e musulmani”

Fides IT - www.fides.org - Mar, 08/05/2018 - 10:44
Bangui - “Don Albert, settantuno anni e tra i sacerdoti più anziani del clero di Bangui, era un pastore stimato e conosciuto per la sua semplicità e simpatia, e soprattutto per la sua opera discreta e infaticabile in favore della riconciliazione tra cristiani e musulmani” scrive all’Agenzia Fides p. Federico Trinchero, carmelitano scalzo del monastero Nostra Signora del Carmelo a Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, ricordando don Albert Tungumale Baba, il sacerdote ucciso insieme ad una ventina di fedeli la mattina del primo maggio, nell’attacco alla parrocchia di Notre Dame de Fatima da parte di gruppo armato proveniente dal quartiere Km5 .
“Durante le fasi più acute della guerra aveva accolto per diversi anni, nella sua parrocchia vicinissima al Km5, migliaia di profughi provenienti dai quartieri vicini. Don Albert, inoltre, era a tutti noto per il suo grande amore per il sango, la lingua nazionale del Centrafrica, non particolarmente ricca di vocaboli. Don Albert riusciva a tradurre ogni parola , con soluzioni geniali o giri di parole divertenti. Una volta, mentre eravamo in macchina insieme, tradusse pure il mio nome, decretando che mi si doveva chiamare Bwa Federiki” racconta il missionario.
“In un’intervista don Albert aveva detto che solo Dio può ormai salvare il Centrafrica. Non aveva tutti i torti. A salvare il Centrafrica ci hanno provato, e ci stanno ancora provando, in tanti: l’esercito nazionale, le truppe dell’Unione Africana, la missione francese , i soldati dell’Unione Europea, poi la MINUSCA, la grande missione dell’ONU e ora sono all’orizzonte anche i russi. Ci ha provato pure Papa Francesco che, con la sua visita nel novembre del 2015, era riuscito a regalare una tregua sufficiente per eleggere democraticamente un nuovo Presidente. Con il tempo, purtroppo, l’effetto di quella visita è come svanito e l’occasione di voltare pagina è stata per l’ennesima volta sprecata. Gli scontri si sono moltiplicati su tutta l’estensione del Paese e quella pace, che avevamo appena accarezzato, sembra quasi più lontana di prima” scrive p. Federico.
Il missionario ribadisce che “la guerra in Centrafrica, iniziata di fatto già nel 2012, non è uno scontro confessionale o etnico. Si tratta piuttosto dell’ennesimo conflitto per la conquista del potere e per lo sfruttamento delle ricchezze di cui abbonda il sottosuolo. Purtroppo, l’elemento confessionale si è inserito violentemente, avvelenando quella convivenza tra cristiani e musulmani che faceva del Centrafrica – in un tempo ormai lontano – un esempio di coabitazione pacifica”.
Durante l’omelia, in occasione dei funerali del sacerdote ucciso e di alcune delle vittime, Sua Eminenza il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui, ha messo tutti con le spalle al muro denunciando l’inerzia del governo, la lentezza dell’Onu e il rischio che i cristiani cedano allo sconforto o, peggio ancora, alla logica della violenza e della vendetta. C’è un nemico insidioso che sta distruggendo il Centrafrica. E questo nemico, ha scandito il Cardinale, è il diavolo. Solo le armi della fede possono vincerlo.
“Bangui, ferita al cuore della sua fede, non è arrabbiata con Dio. È arrabbiata piuttosto con quegli uomini che non vogliono la pace e, quasi obbedendo a un’agenda nascosta, si ostinano a bloccare il Paese, come se fosse ineluttabilmente condannato alla miseria e alla guerra. Bangui e tutto il Centrafrica sono in cerca di eroi – tra i governanti, i soldati, i giovani – che si alzino come un solo uomo e dicano no alla guerra e sì alla pace” conclude p. Federico.


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ASIA/LIBANO - Elezioni confermano la frammentazione del quadro politico. Il Direttore POM libanesi: nessuno potrà governare da solo

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 12:42
Beirut – I risultati ufficiali delle elezioni politiche libanesi 2018, svoltesi ieri, domenica 6 maggio, non sono stati ancora diffusi. Ma tutte le anticipazioni e i dati parziali diffusi dai media libanesi sembrano destinati a confermare e prolungare la frammentazione dello scenario politico libanese. Le indiscrezioni sembrano confermare il calo relativo di consensi del Partito sunnita “Futuro”, quello del Premier Saad Hariri. Sembra sostanzialmente confermata la forza del Partito sciita Hezbollah e del Movimento Patriottico Libero, la formazione maronita fondata dal Presidente Michel Aoun, mentre avrebbero sensibilmente aumentato i propri seggi in Parlamento le Forze Libanesi, formazione politica guidata da Samir Geagea.
“In questo scenario frantumato - fa notare il sacerdote maronita Rouphael Zgheib, Direttore nazionale delle Pontificie Opere Missionarie libanesi - tutti hanno bisogno di tutti e nessuno può governare da solo. Quindi tutto sembra spingere a una conferma della situazione di equilibrio e a perpetuare il compromesso politico tra le maggiori forze politiche che ha portato all'elezione del Presidente Michel Aoun. L'elemento più allarmante - aggiunge p. Rouphael - è la forte diminuzione dei votanti, che a livello nazionale non hanno raggiunto la soglia del 50 per cento degli aventi diritto al voto, a confermare anche la diffusa diffidenza verso i politici, considerati spesso come tutti corrotti”.
Riguardo alle dichiarazioni di alti esponenti politici israeliani sulla presunta crescita del potere di Hezbollah , il Direttore nazionale delle POM libanesi ricorda che simili esternazioni da parte di rappresentanti di Israele “non sono nuove”, e che comunque “non è vero che Hezbollah potrà controllare e determinare tutto nella politica libanese: gli sciiti di Hezbollah potranno far valere la propria rilevanza sul piano militare e delle armi, ma sul terreno politico, il gioco è di certo più complicato”.
I cittadini libanesi che hanno effettivamente esercitato il proprio diritto di voto sono più di 1 milione e 800 mila, su un totale di circa 3 milioni e 663 mila votanti potenziali. Le elezioni politiche libanesi 2018 sono destinate a rinnovare dopo quasi 10 anni l'Assemblea parlamentare del Paese dei Cedri.
I libanesi hanno votato seguendo una nuova legge elettorale, approvata dal Parlamento lo scorso giugno , che ha instaurato in Libano un sistema proporzionale piuttosto complicato al posto del maggioritario, in vigore dal 1960. Il Libano è stato diviso in 15 collegi elettorali, relativamente omogenei al loro interno dal punto di vista confessionale. La legge elettorale prevede una soglia di sbarramento al 10 per cento a livello nazionale.
Il nuovo sistema elettorale non intacca la regola - inclusa negli Accordi di Taif, con cui nel 1989 fu sancita la fine della guerra civile – la quale stabilisce che metà dei 128 deputati del Parlamento siano cristiani, e l'altra metà sia formata da parlamentari musulmani - sciiti e sunniti - e drusi.
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ASIA/MALAYSIA - La Chiesa: eleggere chi ha a cuore il bene del paese

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 12:02
Kuala Lumpur - "Ogni cinque anni abbiamo l'opportunità di eleggere democraticamente i nostri leader e il governo. Invito tutti i cattolici ad esercitare il voto secondo una visione e i valori cristiani. È nostro dovere morale e diritto, in quanto cittadini del nostro amato Paese, votare saggiamente e responsabilmente. Metteremo il futuro della nostra nazione, il nostro futuro, nelle mani di uomini e donne che hanno a cuore il bene del paese": lo afferma all'Agenzia Fides l'Arcivescovo Simon Poh, che guida l'arcidiocesi di Kuching, in Malaysia, esortando i fedeli in vista delle imminenti elezioni generali, fissate per il 9 maggio.
"Esprimendo il nostro voto, diamo fiducia ai candidati perché adempiano a tutte le promesse fatte, lavorino per il bene comune e il benessere di tutti i malesi; difendano la libertà religiosa per tutti indipendentemente dalla razza, dalla religione e dall'etnia. Occorre considerare il partito politico e l'integrità di ogni singolo candidato, considerando il suo operato per lo sviluppo, per i diritti dei cittadini per il benessere e la cura al popolo ", ha aggiunto l'Arcivescovo.
L'Arcivescovo ha anche invitato i cattolici a pregare e digiunare, in vita di questo importante momento: "Come comunità, preghiamo insieme ai cristiani. Noi siamo cittadini pacifici della provincia di Sarawak: esorto tutti i cattolici a pregare incessantemente perché le elezioni siano libere, giuste e trasparenti. Possiamo noi cristiani sempre portare al paese l'amore e la pace di Dio, preservando l'armonia nella nostra nazione" ha aggiunto.
Anche la Federazione cristiana della Malaysia, che riunisce tutte le confessioni cristiane presenti sul territorio, ha esortato i cristiani a votare responsabilmente. "La Chiesa non è partigiana, ma per i cristiani che sono cittadini della Malesia, votare in modo responsabile nelle imminenti elezioni generali in Malesia è un dovere morale", recita una dichiarazione firmata dall'Arcivescovo cattolico Julian Leow, presidente, e da altri Vescovi cristiani.
Il testo giunto a FIdes recita: "Cerchiamo di scegliere saggiamente i leader che ci governeranno. Chiediamo a Dio una sempre maggiore capacità di discernere tra giusto e sbagliato e la saggezza di scegliere i deputati del Parlamento e i rappresentanti dell'Assemblea legislativa statale per i prossimi 5 anni. Per fare ciò, dobbiamo porre domande ai candidati, ascoltare attentamente le loro scelte politiche, sostenere lo stato di diritto e il primato della Costituzione federale, salvaguardare le libertà , così come la loro volontà di servire per il bene comune, promuovendo il benessere di tutti, compresi i poveri e gli emarginati".
La Malaysia è una Federazione multietnica e multireligiosa di 13 stati e tre territori federali, con 31 milioni di abitanti. Essendo una società multietnica e multireligiosa, i cristiani hanno necessità di essere solidali e di costruire ponti con tutti i popoli indipendentemente da etnia e cultura. Con il 60% di popolazione islamica, il restante 40% è suddiviso tra buddisti, induisti e cristiani. Questi ultimi sono una minoranza di circa il 9%, la metà dei quali cattolici.
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AFRICA/ZAMBIA - L’impegno di un missionario che ha dato la sua vita per Cristo, la Chiesa e i poveri

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 11:48
Kabwe - I Missionari di Scheut , Congregazione del Cuore Immacolato di Maria, offrono assistenza sanitaria alle vittime dell'HIV e AIDS in Zambia: molti di loro sono orfani, bambini senzatetto che non hanno accesso all'assistenza sanitaria. Nel 2007 è arrivato in Zambia il missionario belga p. Pierre Ruquoy. Giunto nel paese africano in seguito a ripetute minacce di morte e all’espulsione dalla Repubblica di Santo Domingo, la CICM lo ha inviato in missione nella provincia centrale dello Zambia, dove non esisteva nulla, non c’era una parrocchia, una chiesa. In questo luogo davvero inospitale il missionario ha fondato il Sunflower, un orfanotrofio che attualmente ospita oltre un centinaio di bambini e offre cibo e un ricovero ai piccoli più vulnerabili. Il sacerdote finora si è dedicato alla cura degli orfani dell'AIDS, dando loro speranza e istruzione nel tentativo di contribuire alla ricostruzione dello Zambia.
Per gravi motivi di salute, attualmente padre Pierre si trova in Belgio e, consapevole delle sue condizioni, ha raccontato a Fides gli ultimi giorni trascorsi nella savana prima di partire per essere sottoposto ad un intervento chirurgico nel suo paese natale. E ha consegnato una sorta di testamento spirituale: “La nostra vita è nelle mani di Dio e non sappiamo come o quando passeremo la porta per il Regno dei cieli. Di fronte alla mia situazione di salute, non mi illudo troppo e cerco di convincermi che forse è giunto il momento di iniziare una nuova fase della mia vita” racconta p. Pierre. “Sono stati giorni davvero speciali, quando leggerete queste righe, spero di essere ancora vivo nella mia terra natia in pieno recupero dalla rimozione di un tumore canceroso. E, come nel 2006, gli zambiani mi accolsero con ‘Benvenuto qui!’, ora è il momento di farli sfilare di fronte a me per augurarmi ‘buon viaggio e buona fortuna’. Sono loro che mi presenteranno a Cristo Gesù. Come per tutte le cose importanti, questa processione colorata con molta emozione, è stata fatta ballando, al ritmo dei tamburi”, ha concluso il missionario.
P. Ruquoy aveva trascorso circa 30 anni della sua vita in missione nella Repubblica di Santo Domingo, in una zona che si chiama Barahona, al confine con Haiti. Ha vissuto in un bateye, le piantagioni di canna da zucchero dove vivono i raccoglitori di canna, lasciando il paese nel 2005. Lo Zambia ospita oltre un milione di bambini orfani, la maggior parte dei quali non riceverà mai un'educazione o un'assistenza sanitaria legittima. Pur essendo un paese ricco di risorse naturali, la maggior parte dei suoi abitanti è costretta a lavorare nei campi. Oltre il 60% della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà e il fenomeno della corruzione è davvero dilagante. La Chiesa cattolica è fortemente presente in Zambia da oltre 100 anni , impegnata in attività sociali e politiche.
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AMERICA/PERU’ - Migliaia di peruviani alla marcia per la promozione e la tutela della vita

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 11:39
Lima - "Papa Francesco conosce molto bene la marcia per la vita. In due occasioni mi ha scritto personalmente di suo pugno, incoraggiandomi e persino consigliandomi come si dovrebbe organizzare. Quindi, se il massimo leader della Chiesa scrive a un povero sacerdote in Sud America, questo mi dà grande pace e tranquillità". Lo dichiara all’Agenzia Fides p. Luis Gaspar, direttore esecutivo della “Marcia per la vita” in Perù.
Dal 2013, quando si è tenuta la prima Marcia per la vita nel Paese, l'Arcivescovado di Lima ha affidato a padre Gaspar l'organizzazione dell’evento, che è diventato di massa ed è andato crescendo di anno in anno fino a riunire circa 750 mila persone nel 2016. L'anno scorso, il Cardinale Arcivescovo di Lima, Juan Luis Cipriani, ha preso la decisione di sospendere la marcia del marzo 2017 a causa dei disastri naturali provocati dal fenomeno di El Niño nel nord della costa peruviana, invitando tutti a prestarsi come volontari per aiutare nelle aree colpite. Quest'anno 2018, secondo gli organizzatori, la marcia che ha come motto "Uniti per la vita" ha visto la partecipazione di oltre 800 mila persone.
L’evento si tiene abitualmente il 25 marzo, nella solennità dell’Annunciazione del Signore, quando in Perù si celebra la “Giornata dei bambini che devono nascere”, ma quest'anno la marcia è stata posticipata a sabato 5 maggio, nel pomeriggio, perché come ha spiegato il Card. Cipriani, "ci sembrava vicina alla visita del Papa nel Paese", svoltasi dal 18 al 21 gennaio.
Durante la cerimonia di inizio della Marcia, p. Gaspar ha letto il saluto di Papa Francesco incoraggiando tutti gli organizzatori e i partecipanti: "Che la gioia che viene dall'incontro con Gesù Cristo risorto, Signore della storia di ogni essere umano e fonte di vera gioia, diventi una forza missionaria che contribuisca a suscitare nei cuori di tutti un maggiore impegno nella promozione e nella tutela della vita umana, specialmente quella dei quei fratelli indifesi e scartati dalla società, ricordando che è il valore primario e il diritto primordiale di ogni persona”.
Alla fine della marcia, il Card. Cipriani ha così esortato migliaia di peruviani riuniti nella spianata della Costa Verde: "Non lasciamo che sradichino da questo popolo meraviglioso questa fede che è in ognuno. Il Papa ce lo ha detto: vedo e tocco la vostra fede e anche io vedo e tocco questa fede. Sì alla vita". Esortando lo stato perchè non permetta che le persone siano maltrattate, mentre “la cosa normale è che lo stato protegga la famiglia, la scuola accolga chi non ha i mezzi per studiare, gli ospedali si prendano cura delle persone, per questo, ricordando la visita del Papa, dobbiamo dire: no alla corruzione! La corruzione non lascia ospedali, né scuole né strade".
Durante la manifestazione è stato annunciato che oggi, 7 maggio, saranno consegnate ai poteri dello Stato 10 misure imprescindibili per rafforzare la famiglia.
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AFRICA/CENTRAFRICA - “Le violenze del 1° maggio frutto di un piano machiavellico per spartirsi il Paese” denunciano i leader religiosi

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 11:18
Bangui - Le violenze che hanno sconvolto Bangui nei giorni scorsi “sono la manifestazione di un piano machiavellico messo in piedi da alcuni Paesi conosciuti che si dicono amici, con la complicità di alcuni patrioti”. È la denuncia della Piattaforma dei Leader religiosi per la pace, sulle cause del “massacro cieco e ignobile perpetrato il 1° maggio nella parrocchia Notre Dame de Fatima che ha causato la morte di diversi fedeli e civili innocenti tra cui don Albert Toungoumala Baba, oltre ad un centinaio di feriti” .
Secondo i leader religiosi centrafricani, gli obiettivi che si prefiggono di ottenere gli incitatori alla violenza sono: la spartizione del Paese; rendere il Centrafrica ingovernabile; se necessario, metterlo sotto protettorato. “Tutte le confessioni religiose in Centrafrica si oppongono con forza a queste azioni di destabilizzazione” afferma un comunicato, pervenuto all’Agenzia Fides, della Piattaforma dei leader religiosi, alla quale contribuisce, per la parte cattolica, il Cardinale Dieudonné Nzapalainga, Arcivescovo di Bangui. A caldo il Cardinale Nzapalainga si era chiesto se esista “un’agenda nascosta” che guida l’azione dei perpetratori del massacro . A denunciare ora una manovra di destabilizzazione della Repubblica Centrafricana sono tutte le principali confessioni religiose del Paese, i cui leader invitano la popolazione e in particolare i giovani, “alla calma e a non lasciarsi trascinare all’odio e alla violenza”.
Nell’annunciare “azioni concertate per informare l’opinione pubblica nazionale e internazionale sul grave pericolo che minaccia la vita della nostra nazione”, i leader religiosi hanno deciso di proclamare “tre giornate di preghiera in tutte le chiese e moschee, il 10, 11 e 12 maggio, per il ritorno della pace nei cuori e negli animi e per salvaguardare il Paese dal pericolo messo in opera dai suoi nemici”.
I leader religiosi chiedono infine al governo e alla MINUSCA “di fare ogni sforzo per portare di fronte alla giustizia gli autori di questi atti odiosi”.
Dopo la preghiera del Regina Coeli, ieri, domenica 6 maggio, Papa Francesco ha rivolto un “invito a pregare per la popolazione della Repubblica Centrafricana, Paese che ho avuto la gioia di visitare e che porto nel cuore, e dove nei giorni scorsi sono avvenute gravi violenze con numerosi morti e feriti, tra cui un sacerdote. Il Signore, per intercessione della Vergine Maria, aiuti tutti a dire no alla violenza e alla vendetta, per costruire insieme la pace”.
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AFRICA/ZAMBIA - Da mezzo secolo un forte contributo all’evangelizzazione dai sacerdoti polacchi Fidei donum

Fides IT - www.fides.org - Lun, 07/05/2018 - 09:21
Lusaka - “Ispirate dall’appello di Papa Pio XII nella sua Lettera enciclica ‘Fidei donum’, venti diocesi in Polonia, dal 1968, hanno inviato in Zambia circa un centinaio di sacerdoti che hanno significativamente contribuito ad impiantare e a far crescere la Chiesa locale. I sacerdoti polacchi Fidei donum sono stati efficaci testimoni dell’amore misericordioso di Dio, specialmente nell’evangelizzazione dei poveri, nella proclamazione del Vangelo e nell’amministrazione dei Sacramenti”. A ricordare il significativo apporto dato all’evangelizzazione in Zambia da parte dei sacerdoti polacchi Fidei donum, è il Card. Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli, in un messaggio inviato a p. Christopher Mroz, responsabile dei missionari Fidei donum in Zambia, nel 50° anniversario della loro presenza nel paese africano.
Il Prefetto del Dicastero Missionario sottolinea che molti di loro sono stati, e sono ancora, “attivamente impegnati nella costruzione di nuove missioni, nell’insegnamento nelle scuole, al servizio dell’amministrazione diocesana e nella gestione di programmi umanitari”. Il Card. Filoni li esorta quindi “a continuare il loro generoso lavoro, pastorale e missionario” e si unisce al ringraziamento a Dio “per le abbondanti grazie e benedizioni che ha riversato sullo Zambia” attraverso le loro zelanti attività missionarie. Auspicando che questo “meraviglioso scambio di doni tra le diocesi in Polonia e nello Zambia possa continuare”, il Card. Filoni conclude: “Queste celebrazioni giubilari possano essere un tempo di grande grazia per i sacerdoti polacchi Fidei donum e per le loro diocesi di origine, per le Chiese locali di cui sono a servizio e per l’intero popolo di Dio in Zambia”.
Il primo sacerdote polacco Fidei donum in Zambia fu p. January Liberski, dell’arcidiocesi di Katowice, che arrivò nel paese africano il 24 marzo 1968. Da quell’epoca hanno seguito le sue orme 91 sacerdoti Fidei donum di 20 diocesi, che hanno lasciato la Polonia per impegnarsi nell’apostolato missionario in questa terra. Dodici di loro sono ancora in Zambia, originari di 5 diocesi: Katowice 6, Pelplin 3, Plock, Radom e Torun 1.
Il loro primo impegno è stato l’attività missionaria diretta, quindi l’annuncio del Vangelo, l’implantatio della Chiesa, l’amministrazione dei sacramenti, l’organizzazione dell’attività catechistica, la guida delle Piccole Comunità Cristiane, l’assistenza ai malati… Oltre al lavoro pastorale diretto, i Fidei donum polacchi sono stati impegnati anche in altri campi missionari, come l’insegnamento nelle scuole e nei seminari, la direzione spirituale dei seminaristi, la costruzione di edifici per le nuove missioni, la realizzazione di programmi sociali. Uno di loro ha curato la traduzione della Bibbia nella lingua locale Cimambwe e in seguito ha redatto un dizionario inglese-Cimambwe. Alcuni sono stati responsabili o membri dei vari organismi diocesani.
Molti missionari polacchi hanno dedicato gran parte della loro vita all’evangelizzazione in Zambia, fino a morire nel paese africano. L’esperienza missionaria più lunga è stata quella di Mons. Marcel Prawica, della diocesi di Radom: arrivato in Zambia nel 1972, ha trascorso 41 anni nella parrocchia rurale più isolata della diocesi di Kabwe, ed è tornato in patria solo perché malato, nel 2017, pochi mesi prima della morte.
Secondo l’Annuario Statistico della Chiesa, in Zambia ci sono 5.239.000 cattolici su una popolazione di 15.474.000 abitanti. I sacerdoti diocesani sono 518 e quelli religiosi 394; i religiosi non sacerdoti 100 e le religiose 1.037. Nel 2016 la Chiesa ha celebrato il 125° anniversario dell’evangelizzazione, iniziata ad opera dei Padri Bianchi e dei Gesuiti.
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ASIA/CINA - Il Santuario di She Shan accoglie migliaia di pellegrini nel mese mariano

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 14:50
Shanghai – Con una solenne celebrazione eucaristica, il più famoso santuario mariano cinese, il Santuario di She Shan, nella diocesi di Shanghai , ha aperto il mese mariano. Il Santuario oggi ha fama mondiale grazie a Papa Benedetto XVI che ha composto e diffuso la sua “Preghiera a Nostra Signora di She Shan”. Sulla vetta del Santuario vi è la statua della Madonna che sorregge in alto Suo Figlio, “presentandolo al mondo con le braccia spalancate in gesto d'amore” e indicando ai cattolici di “essere sempre testimoni credibili di questo amore, mantenendosi uniti alla roccia di Pietro su cui è costruita la Chiesa”.
Come riferisce il sito Internet della diocesi di Shanghai, consultato dall’Agenzia Fides, oltre tremila fedeli hanno partecipato alla messa dell’apertura del mese, il 30 aprile scorso, mentre il 1° maggio una processione mariana di fedeli è giunta fino alla cima della montagna dove si trova la basilica dedicata alla Madonna. Decine di sacerdoti diocesani e di altre diocesi hanno concelebrato la messa, con la partecipazione di numerosi seminaristi, suore, fedeli.
Tutto è pronto per accogliere i numerosi pellegrini e i devoti che vorranno recarsi durante il mese di maggio al Santuario. L’Ufficio diocesano del pellegrinaggio di She Shan ha pubblicato una Guida per assicurare un sereno svolgimento di tali pellegrinaggi, nella consapevolezza che i cattolici cinesi nutrono una profonda devozione mariana e un affetto particolare per la Vergine di She Shan. Nella Guida si invitano tutti i gruppi di pellegrinaggio a prenotare l’orario della messa tre giorni prima , mentre i gruppi provenienti da atre diocesi dovranno essere accompagnati da un sacerdote e avere una lettera di presentazione. A tutti i pellegrini è richiesto di seguire scrupolosamente le indicazioni dei volontari in servizio, per garantire un flusso ordinato dei pellegrinaggi. Tutte le indicazioni logistiche intendono far sì che “il popolo di Dio possa venire con grande devozione, e tornare colmo di grazie”.
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VATICANO - Il Papa al Cammino neocatecumenale: la missione è condividere un dono ricevuto

Fides IT - www.fides.org - Sab, 05/05/2018 - 14:47
Roma – La missione di annunciare il Vangelo non è “proselitismo”, ma nasce dal voler “condividere con gli altri un dono ricevuto”. Per comunicare la fede cristiana “non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae”. E non serve puntare sulle proprie teorie e i propri schemi, ma solo affidarsi con fiducia allo Spirito Santo, perchè sarà Lui “a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi”. Sono questi alcuni dei connotati propri della missione cristiana che Papa Francesco ha delineato nel discorso pronunciato sabato 5 maggio davanti a oltre 150 mila persone provenienti da 134 nazioni dei cinque Continenti, radunatesi in una spianata a Tor Vergata, alla periferia sud-est di Roma, per celebrare i primi cinquant'anni del Cammino neocatecumenale, la realtà ecclesiale iniziata nel 1968 da Kiko Argüello e Carmen Hernandez.

BAGAGLI LEGGERI. Nel suo intervento, prendendo spunto dal “mandato missionario” affidato da Gesù agli Apostoli , il Successore di Pietro ha notato che la missione implica sempre un “partire”, mentre “nella vita è forte la tentazione di restare, di non prendere rischi, di accontentarsi di avere la situazione sotto controllo”. Per partire – ha aggiunto il Papa “bisogna essere agili, non si possono portar dietro tutte le suppellettili di casa. La Bibbia lo insegna: quando Dio liberò il popolo eletto, lo fece andare nel deserto col solo bagaglio della fiducia in Lui. E fattosi uomo, camminò Egli stesso in povertà, senza avere dove posare il capo”. Ai suoi discepoli – ha sottolineato il Vescovo di Roma – Gesù domanda lo stesso stile: “Per andare bisogna essere leggeri. Per annunciare bisogna rinunciare. Solo una Chiesa che rinuncia al mondo annuncia bene il Signore. Solo una Chiesa svincolata da potere e denaro, libera da trionfalismi e clericalismi testimonia che Cristo libera l’uomo”.

ASPETTARE CHI HA IL PASSO PIU' LENTO. Il Papa ha fatto notare che il verbo della missione usato da Gesù “si coniuga al plurale”. Il missionario autentico “non è chi va da solo, ma chi cammina insieme”. E per camminare insieme non bisogna pretendere di “dettare il passo agli altri. Occorre piuttosto accompagnare e attendere, ricordando che il cammino dell’altro non è identico al mio”. Anche nel cammino della fede – ha ricordato Papa Francesco - “nessuno ha il passo esattamente uguale a un altro”. Eppure “si va avanti insieme, senza isolarsi e senza imporre il proprio senso di marcia; si va avanti uniti, come Chiesa, coi Pastori, con tutti i fratelli, senza fughe in avanti e senza lamentarsi di chi ha il passo più lento”. Senza forzare “la crescita di nessuno, perché la risposta a Dio matura solo nella libertà autentica e sincera”. 

DISCEPOLI PER ATTRAZIONE. Gesù risorto – ha proseguito il Papa – non ha detto agli Apostoli “ 'conquistate, occupate', ma 'fate discepoli', cioè condividete con gli altri il dono che avete ricevuto, l’incontro d’amore che vi ha cambiato la vita”. Questo – ha sottolineato Papa Bergoglio “è il cuore della missione: testimoniare che Dio ci ama e che con Lui è possibile l’amore vero, quello che porta a donare la vita ovunque, in famiglia, al lavoro, da consacrati e da sposati”. La dinamica del discepolato – ha aggiunto il Vescovo di Roma – è tutt'altra cosa rispetto alle vie usate dalle propagande messe in atto per acquisire nuovi proseliti. Anche per questo la Chiesa è certo maestra, “ma non può essere maestra se prima non è discepola, così come non può esser madre se prima non è figlia. Ecco la nostra Madre: una Chiesa umile, figlia del Padre e discepola del Maestro, felice di essere sorella dell’umanità”.

SPERARE PER TUTTI. Perché il mondo creda alla promessa del Vangelo – ha ricordato il Papa - “non contano gli argomenti che convincono, ma la vita che attrae; non la capacità di imporsi, ma il coraggio di servire”. E la promessa del Vangelo è per sua natura universale, rivolta a tutti. “Quando Gesù dice 'tutti' – ha fatto notare il Successore di Pietro - “sembra voler sottolineare che nel suo cuore c’è posto per ogni popolo. Nessuno è escluso. Come i figli per un padre e una madre: anche se sono tanti, grandi e piccini, ciascuno è amato con tutto il cuore”. Anche per questo – ha suggerito il Papa ai membri del Cammino neocatecumenale - si può andare in missione con la fiducia di 'giocare sempre in casa'. Perché “il Signore è di casa presso ciascun popolo e il suo Spirito ha già seminato prima del vostro arrivo”. Per questo si possono amare “le culture e le tradizioni dei popoli, senza applicare modelli prestabiliti”. Evitando di partire “dalle teorie e dagli schemi”, e rimanendo aderenti alle “situazioni concrete”, nella fiducia che “ così sarà lo Spirito a plasmare l’annuncio secondo i suoi tempi e i suoi modi”. .
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